Iran: sette notti di raid Usa. Due petroliere in fiamme a Hormuz e Trump valuta un’offensiva totale contro Teheran
La settima notte consecutiva di raid statunitensi contro l’Iran ha coinciso con la dichiarazione delle Guardie rivoluzionarie della “completa chiusura” dello Stretto di Hormuz, dopo l’esplosione di due petroliere che tentavano di attraversare un campo minato a sud della via d’acqua.
Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha confermato il lancio della nuova ondata di attacchi, spiegando che le operazioni sono volte a “continuare a indebolire le capacità militari iraniane”, come disposto dal Comandante in Capo.
Le petroliere e la chiusura dello Stretto
Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Tasnim, le due petroliere hanno preso fuoco in seguito alle esplosioni mentre si trovavano nella parte meridionale dello Stretto.
Le Guardie rivoluzionarie, citate dai media iraniani, hanno affermato che le imbarcazioni sono “esplose e hanno preso fuoco” mentre tentavano di attraversare il campo minato eludendo l’intelligence statunitense, senza però specificare la nazionalità delle navi o eventuali vittime. Subito dopo, la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha dichiarato che lo Stretto è “estremamente pericoloso e completamente chiuso”.
La settima ondata di raid e le opzioni di Trump
L’annuncio del Centcom è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri, segnando il settimo giorno consecutivo di attacchi da quando il presidente Donald Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa firmato a giugno con Teheran.
I raid statunitensi, che nelle scorse ore avevano distrutto una torre di vigilanza utilizzata dalle forze iraniane per tracciare le navi nel Golfo, si concentrano su obiettivi militari lungo la costa meridionale e intorno allo Stretto di Hormuz . Secondo fonti citate da Axios, Trump ha già convocato i vertici della sicurezza nazionale nella Situation Room per discutere un’offensiva massiccia contro l’Iran, che sarebbe più ampia degli attacchi attuali.
Le implicazioni e le prospettive
La decisione della Casa Bianca di ripristinare il blocco navale e di intensificare i raid punta a indebolire la capacità di Teheran di minacciare il traffico commerciale. Tuttavia, la riapertura dello Stretto di Hormuz, vitale per il transito di un quinto del greggio globale prima del conflitto, resta condizionata a un cambio di rotta del regime iraniano.
Nel frattempo, le fonti israeliane e statunitensi riferiscono che Trump sta valutando piani che includono il bombardamento di centrali elettriche e strutture nucleari, con un occhio di riguardo per il sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, considerato una “fortezza nucleare” impenetrabile . L’amministrazione ha già informato Israele dell’invio di decine di aerei cisterna in vista di una possibile espansione delle operazioni.
L’impennata dei prezzi e i rischi per l’economia globale
L’escalation ha già avuto ripercussioni sui mercati energetici. Il prezzo del petrolio WTI è salito del 4,48% nella settimana, attestandosi a 82,49 dollari al barile, con un incremento settimanale del 14,7%. La prospettiva di un conflitto prolungato, che potrebbe interrompere definitivamente le esportazioni di greggio dal Golfo, ha riacceso le preoccupazioni per una nuova ondata inflazionistica.
Secondo il Centcom, dal ripristino del blocco navale le forze americane hanno già dirottato quattro navi mercantili, inabilitandone una e abbordandone un’altra . Le Guardie rivoluzionarie, dal canto loro, hanno minacciato che, finché proseguiranno le azioni statunitensi, “nemmeno una goccia di petrolio o gas verrà esportata dalla regione”.
Scenario futuro: la crisi della Casa Bianca
Nonostante la fermezza mostrata da Trump, il rientro in un conflitto su larga scala esporrebbe Washington a rischi considerevoli. Fonti diplomatiche segnalano che il Pentagono sta facendo i conti con l’impoverimento degli arsenali, già pesantemente utilizzati nella prima fase del conflitto, mentre il Congresso è in lizza per approvare nuovi fondi straordinari alla difesa. La decisione del presidente di intensificare la pressione militare potrebbe inoltre influenzare le elezioni di medio termine di novembre, con un’opinione pubblica già provata dall’aumento dei prezzi dei carburanti e ancora scossa dal costo umano della guerra.
