La Figc riparte da Malagò: al neo-presidente il compito di ricostruire un calcio italiano in stallo strutturale
Giovanni Malagò
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Lo ha deciso l’assemblea federale con il 68,58% dei voti, consegnandogli al primo scrutinio un mandato che nessuno degli schieramenti interni ha potuto contendere in modo efficace. Giancarlo Abete, l’unico sfidante, si è fermato a distanza. Il neopresidente ha esordito con una formula che mescola umiltà istituzionale e ambizione programmatica: “Da solo non posso fare nulla, ma con voi posso fare tutto”. Le priorità dichiarate nell’immediato post-voto riguardano la coesione interna, la costruzione di un progetto tecnico-sportivo e il rilancio del dialogo con le istituzioni politiche, a cominciare da un incontro già programmato con il ministro Andrea Abodi.
Un voto che attraversa le componenti
Il risultato elettorale è più significativo di quanto il dato percentuale isolato possa suggerire. Malagò ha ottenuto circa il 12% dei consensi dalla Lega Pro e un terzo dei voti dal mondo dilettantistico, segnale di una coalizione che attraversa le componenti del sistema senza ridursi alla sola Serie A, che pure ne aveva sostenuto la candidatura. “Come si fa a non essere contenti?”, ha commentato il neopresidente con soddisfazione esplicita, sottolineando che il consenso ricevuto non è stato costruito soltanto nelle stanze del calcio professionistico. La trasversalità del voto costituisce, sul piano politico-federale, la premessa necessaria per il programma di riforme che Malagò intende mettere in cantiere nei prossimi mesi.
La sconfitta di Abete chiude un ciclo nella storia della Federcalcio. L’ex presidente, già a capo della Figc in una delle fasi più travagliata del calcio italiano – quella degli anni successivi al mancato accesso agli Europei e alle difficoltà strutturali del movimento – non è riuscito a capitalizzare la propria esperienza istituzionale in un momento in cui l’assemblea federale ha preferito scommettere su un profilo diverso, quello di un dirigente proveniente dallo sport olimpico e dall’organizzazione di grandi eventi.
Governance e dialogo con la politica
Sul piano istituzionale, Malagò ha posto subito il tema dei rapporti tra mondo sportivo e sfera politica, individuando nell’autonomia dello sport un valore da difendere in modo esplicito. “La politica deve rispettare lo sport”, ha dichiarato, anticipando una linea che non esclude il confronto con le istituzioni ma ne pretende la simmetria. L’appuntamento già fissato per venerdì con il ministro per lo Sport Andrea Abodi rappresenta il primo test concreto di questa impostazione. Lo stesso Abodi, a elezione avvenuta, ha risposto con tono collaborativo: “Congratulazioni e buon lavoro a Giovanni Malagò, da oggi presidente della Figc, che ho sentito e con il quale mi incontrerò nei prossimi giorni. Auguro buon lavoro anche al Consiglio federale e a tutto il sistema calcio, con l’obiettivo di rilanciare il calcio italiano”.
La questione non è meramente formale. Negli ultimi anni il rapporto tra la Federcalcio e le istituzioni governative ha attraversato fasi di tensione, in particolare sul fronte dei decreti fiscali legati al calcio – il decreto crescita e il decreto dignità, entrambi citati da Malagò tra le problematiche prioritarie – e sulla governance degli stadi. La necessità di agire su questi dossier in modo coordinato con il Parlamento e con il governo rende il dialogo politico non un’opzione ma una condizione strutturale dell’azione federale. “Penso di avere i migliori rapporti con la politica, solo con alcuni non li ho”, ha ammesso Malagò, con una franchezza che suona come un impegno di metodo più che una constatazione.
Il primo Consiglio federale è convocato per il primo luglio, appuntamento che lo statuto rende obbligatorio in questa fase del mandato. Malagò ha chiarito che nell’occasione potranno emergere anche i primi elementi del dossier tecnico-sportivo, a partire dalla questione del commissario tecnico della nazionale. “Sul CT non ho parlato con nessuno, da adesso ci pensiamo”, ha detto, escludendo che nelle settimane precedenti l’elezione siano stati avviati contatti preliminari. Il profilo del nuovo selezionatore, però, è già definito nelle sue coordinate: “Il CT deve abbracciare questo discorso. Non opterò per una figura diversa dalla mia visione, ma la deve sposare a pieno”.
Il nodo del commissario tecnico
La scelta del commissario tecnico rappresenta uno dei passaggi più politicamente esposti del mandato nascente. La nazionale italiana attraversa una fase di transizione che ha radici nella mancata qualificazione al Mondiale del 2022, nel ciclo allenatoriale che ha faticato a trovare continuità e in una struttura di sviluppo dei giovani che Malagò stesso ha indicato tra le priorità da riformare. La formula “abbracciare il discorso” – con cui il neopresidente ha descritto le qualità che cerca nel prossimo CT – allude a una condivisione ideologica del progetto tecnico, non soltanto a competenze tattiche. Un commissario tecnico chiamato a lavorare secondo le indicazioni programmatiche della presidenza, in un rapporto di piena aderenza alla visione federale.
Il tema è inseparabile da quello delle infrastrutture e del sistema di formazione dei calciatori. Malagò ha citato una statistica che ha valore indicativo: “Oltre il 40% dei giocatori del Mondiale non gioca nella nazionale in cui è nato”. Un dato che fotografa la dimensione globale della mobilità calcistica e che in Italia si traduce nel problema dei passaporti sportivi, una questione che il neopresidente ha definito “inaccettabile” nella sua forma attuale, chiamando a una regolamentazione più stringente che restituisca coerenza al percorso di formazione delle nazionali giovanili.
Stadi, settore femminile e riforme strutturali
Sul fronte delle infrastrutture, il riferimento a Euro 2032 – il torneo europeo che l’Italia ospiterà in coorganizzazione con la Turchia – definisce la scadenza operativa entro la quale il problema degli impianti deve essere almeno parzialmente risolto. “Servono cinque stadi da consegnare, non possiamo fare brutta figura”, ha detto Malagò, inquadrando l’urgenza in termini di reputazione internazionale oltre che di funzionalità sportiva. L’Italia è tra i paesi europei con il parco-stadi più datato: la maggior parte degli impianti utilizzati dalla Serie A risale agli anni Settanta o Ottanta, è di proprietà pubblica e richiede investimenti che i club non possono sostenere senza garanzie normative stabili. Il nodo degli stadi di proprietà – o quanto meno della concessione di lunga durata agli operatori privati – è sul tavolo da oltre un decennio senza che si sia trovata una soluzione sistemica.
Il calcio femminile costituisce un altro capitolo aperto. Malagò ha fotografato la situazione con cifre: “Siamo a circa 45mila tesserate, la metà o meno rispetto a paesi simili”. Il paragone implicito è con federazioni come quella tedesca, francese o spagnola, dove il movimento femminile ha conosciuto una crescita esponenziale nell’ultimo decennio, alimentata da investimenti dei club, copertura televisiva e politiche federali dedicate. In Italia il ritardo è strutturale e riguarda non soltanto i numeri delle tesserate ma la disponibilità di impianti e la presenza di associazioni sportive dilettantistiche specificamente dedicate al calcio femminile. “Mancano le ASD e gli impianti”, ha sintetizzato il neopresidente, indicando i due vincoli principali da rimuovere per consentire una crescita organica del settore.
Tra le problematiche elencate da Malagò nel suo intervento figurano anche il tema delle multiproprietà – su cui esiste già una norma approvata ma la cui applicazione è demandata al Consiglio federale – e quello delle scommesse, citato tra i nodi irrisolti del sistema senza che il neopresidente abbia fornito ulteriori dettagli programmatici in questa prima fase. Sul dossier multiproprietà, in particolare, Malagò ha precisato di aver avuto un colloquio con un sindaco ma di non considerare la questione prioritaria rispetto agli altri interventi strutturali.
La visione: radici come stimolo, non come nostalgia
Al di là delle singole questioni tecniche, il discorso di Malagò all’assemblea ha tentato di costruire una cornice narrativa entro cui collocare il programma: quella di una discontinuità che non rinneghi la storia del calcio italiano ma la utilizzi come leva per un progetto di modernizzazione. “Le nostre radici non sono solo nostalgia, bisogna farle diventare stimolo per il futuro. Vi farò sentire orgogliosi di andare verso una nuova epoca del calcio italiano”, ha affermato, richiamando la tradizione del movimento in funzione prospettica.
Il richiamo al proprio curriculum dirigenziale – il Circolo Aniene, la presidenza del Coni, il coordinamento di Milano-Cortina 2026 – serve a sostenere questa promessa con argomenti di merito. “Penso che quando sono venuti da me degli amici, a partire dalla Serie A, hanno pensato a che quello che sono riuscito a fare in contesti apparentemente lontani, ma vicini, si possa ripetere in Figc”, ha spiegato Malagò, alludendo alla capacità dimostrata di gestire organismi complessi, mediare tra componenti in conflitto e produrre risultati concreti in contesti ad alta pressione istituzionale.
Il riferimento a Milano-Cortina non è casuale. L’organizzazione dei Giochi olimpici invernali del 2026 ha attraversato fasi di forte turbolenza – commissariamenti, polemiche sui costi, ritardi nei cantieri – e Malagò ha contribuito a traghettarla verso una fase di stabilizzazione, in un contesto in cui le tensioni tra enti locali, governo e Coni erano tutt’altro che sopite. Portare quella capacità di sintesi nella Federcalcio è esattamente la scommessa che la Serie A e le altre componenti hanno inteso fare sostenendo la sua candidatura.
La dimensione economica del progetto è stata tematizzata esplicitamente. “Bisogna ottenere ricavi supplementari anche con marketing, commerciale. È una sfida complicatissima. A tenere schiena dritta si ottiene molto di più”, ha affermato il neopresidente, introducendo il tema della sostenibilità finanziaria del sistema calcio come priorità gestionale, non soltanto sportiva. La Figc, come tutte le federazioni sportive nazionali, deve fare i conti con la crescente pressione dei diritti televisivi internazionali, con la concorrenza dei campionati esteri nell’attrazione dei talenti e con la necessità di generare risorse proprie che non dipendano esclusivamente dai contributi pubblici e dalle quote di partecipazione.
L’eredità del sistema e i nodi irrisolti
Il calcio italiano che Malagò eredita è un sistema che ha perso competitività a livello europeo sia sul piano dei risultati delle nazionali sia su quello della qualità media dei campionati. La Serie A sconta da anni il divario con la Premier League inglese in termini di ricavi da diritti televisivi internazionali, e il gap si è ampliato anche rispetto alla Liga spagnola e alla Bundesliga tedesca. Le grandi squadre italiane – con la parziale eccezione dell’Inter negli ultimi anni – faticano a competere nelle fasi avanzate della Champions League, e il vivaio nazionale stenta a produrre con continuità giocatori pronti per i livelli più alti.
Malagò ha riconosciuto la complessità di questo quadro con un’autodiagnosi diretta: “Problema di uomini o di sistema? Entrambi”. Una valutazione che non scarica le responsabilità su un singolo fattore ma distribuisce la diagnosi tra governance, strutture e scelte individuali. “La situazione è ingessata”, ha aggiunto, con una formula che riassume anni di riforme mancate o incompiute. Il rischio del nuovo mandato è quello di aggiungere un ulteriore layer di intenzioni programmatiche a un sistema che di intenzioni ne ha già accumulate molte senza tradurle in cambiamenti strutturali stabili.
La “riforma Zola” citata da Malagò nel suo intervento – in riferimento al progetto di sviluppo del calcio giovanile associato all’ex calciatore Gianfranco Zola – rappresenta uno dei pochi esempi recenti di progettualità concreta nel settore della formazione. Il neopresidente l’ha evocata con tono approvativo, lasciando intendere che la continuità su quel filone sia parte del programma. La centralità dei giovani è del resto il tema che attraversa trasversalmente tutti i dossier aperti: dai passaporti sportivi alle infrastrutture, dalla nazionale al calcio femminile.
Il sistema calcio italiano, con tutte le sue componenti – Serie A, Serie B, Lega Pro, dilettanti, settore femminile, settori giovanili – ha consegnato a Malagò un mandato ampio. Gestirlo richiederà la stessa capacità di sintesi che ha messo in campo in altri contesti, in un ambiente che, come ha riconosciuto lui stesso, è fatto di “discreta personalità” e di logiche di potere consolidate. La presidenza comincia il primo luglio, con il Consiglio federale che fisserà le prime coordinate operative. Da quel momento, come ha sintetizzato il neopresidente con rara franchezza, “il tempo è clamoroso”.
