Missione fallita per salvare Swift: la sonda Link non riesce ad agganciare l’osservatorio Nasa

Il tentativo della startup americana Katalyst Space Technologies si è concluso il 19 agosto dopo settimane di problemi nel controllo dell’assetto del veicolo robotico. Il satellite scientifico rischia ora di rientrare nell’atmosfera entro la fine del 2026.

Neil Gehrels Swift spazio

La Katalyst Space Technologies ha rinunciato alla missione con cui avrebbe dovuto salvare il telescopio spaziale Neil Gehrels Swift, ormai su un’orbita in progressivo decadimento. Il 19 agosto la società e la Nasa hanno interrotto il tentativo di raggiungere e agganciare l’osservatorio con Link, un veicolo robotico progettato per portarlo su un’orbita più alta. Il fallimento lascia Swift esposto al progressivo abbassamento della sua traiettoria e rende probabile il suo rientro nell’atmosfera terrestre entro la fine del 2026.

Il problema di assetto ha fermato l’operazione

La missione era partita il 3 luglio 2026, quando Link era stato lanciato a bordo di un Pegasus XL di Northrop Grumman. L’obiettivo era dimostrare la possibilità di effettuare un rendezvous con un satellite già operativo e non progettato per essere agganciato, una delle operazioni più complesse nell’ambito del servicing orbitale.

Il piano prevedeva che Link raggiungesse Swift, effettuasse il docking e quindi ne aumentasse l’altitudine orbitale. In questo modo il telescopio avrebbe potuto proseguire le proprie osservazioni e guadagnare diversi anni di operatività prima del naturale decadimento dell’orbita.

Dopo il lancio, però, Link ha manifestato problemi nel controllo dell’assetto, entrando in una condizione di rotazione multiassiale. Gli ingegneri della Katalyst hanno lavorato per settimane nel tentativo di ridurre la velocità di rotazione e recuperare il controllo del veicolo. La società aveva comunicato di essere riuscita almeno in parte a rallentare la rotazione e di stare tentando di salvare la missione, ma le difficoltà sono rimaste irrisolte.

Il 19 agosto è arrivata la decisione di fermare definitivamente l’operazione. Senza un controllo sufficientemente preciso dell’assetto, Link non poteva completare la sequenza di avvicinamento e aggancio necessaria per intervenire sull’orbita di Swift.

Swift resta senza il previsto intervento orbitale

Per Swift la conseguenza è diretta. Il telescopio si trova ancora in orbita attorno alla Terra, ma la sua traiettoria sta progressivamente perdendo quota. L’intervento di Katalyst avrebbe dovuto interrompere questo processo innalzando l’orbita e prolungando la vita operativa dell’osservatorio. Ora quella possibilità è venuta meno e, secondo il quadro descritto dalla missione, il satellite potrebbe rientrare nell’atmosfera entro la fine dell’anno.

Il punto più importante della missione, tuttavia, non era soltanto il destino di Swift. Link era stato concepito come una dimostrazione tecnologica: raggiungere un satellite non cooperativo, avvicinarsi in sicurezza, agganciarlo e modificarne l’orbita. Il mancato completamento di questa sequenza impedisce quindi di validare proprio la capacità per cui il progetto era stato sviluppato.

La missione aveva un valore di circa 30 milioni di dollari ed era stata realizzata in tempi molto rapidi. Link era stato costruito, testato e preparato al lancio in circa nove mesi, un arco temporale breve per una missione di servicing orbitale. La velocità di sviluppo rappresentava uno degli elementi caratterizzanti del progetto.

Il progetto guarda oltre il fallimento

Il risultato non cancella però l’impostazione tecnologica sulla quale Katalyst Space Technologies sta costruendo la propria attività. La startup, con sede a Flagstaff, in Arizona, sviluppa sistemi di robotica orbitale destinati ad avvicinare, agganciare e assistere satelliti già operativi, compresi quelli che non sono stati progettati in origine per essere riparati o riforniti nello spazio.

L’obiettivo industriale è modificare il modello con cui vengono gestite le infrastrutture spaziali. Un satellite non dovrebbe necessariamente essere considerato un apparato destinato a essere utilizzato fino all’esaurimento della propria vita operativa e poi abbandonato. La prospettiva indicata da Katalyst è quella di sistemi aggiornabili, riparabili e assistibili direttamente in orbita.

Le applicazioni previste comprendono il prolungamento della vita dei satelliti, le riparazioni e il rifornimento in orbita, gli aggiornamenti dei sistemi, la gestione dei detriti spaziali e il supporto a infrastrutture civili, commerciali e militari. La stessa tecnologia potrebbe essere utilizzata anche in missioni lunari e cislunari, dove la possibilità di intervenire su veicoli e infrastrutture senza riportarli a terra avrebbe un valore operativo rilevante.

La prossima sfida è una flotta di robot

Katalyst ha indicato inoltre un’evoluzione del progetto verso una flotta di veicoli robotici autonomi. Tra questi figura NEXUS, una piattaforma pensata per trasferirsi tra orbite, effettuare operazioni di docking e svolgere attività di servicing. L’ambizione è quindi passare dalla singola dimostrazione tecnologica a un’infrastruttura robotica capace di operare ripetutamente nello spazio.

La società è stata fondata tra il 2019 e il 2020 e nel 2025 ha acquisito Atomos Space, rafforzando le proprie competenze nei sistemi satellitari e nelle operazioni in orbita. Il fallimento di Link rappresenta dunque un arresto nella missione più importante del 2026, ma si inserisce in un programma industriale più ampio legato alla manutenzione e alla gestione robotica delle infrastrutture spaziali.

Per Swift, invece, la finestra operativa si restringe. Il tentativo di innalzare l’orbita non è riuscito e il satellite prosegue il proprio decadimento orbitale. Per la Nasa e Katalyst resta soprattutto la lezione tecnologica di una missione che avrebbe dovuto dimostrare una delle operazioni più delicate del nuovo settore del servicing: raggiungere una macchina già nello spazio, prenderne il controllo e modificarne la traiettoria. Quella dimostrazione, il 19 agosto, non è stata completata.