Morte del piccolo Domenico, quegli errori fatali tra Bolzano e la corsia del Monaldi

Sei professionisti sanitari risultano indagati dalla Procura partenopea per omicidio colposo a seguito della morte del bambino di due anni

Mappa Patrizia col figlio Domenico

Mappa Patrizia col figlio Domenico

La cronaca di questi giorni ci consegna una vicenda di inaudita gravità, dove la tecnica medica, anziché farsi strumento di salvezza, si è tramutata in causa di morte. Al centro del dramma, il piccolo Domenico, un bambino di due anni originario di Nola, la cui esistenza si è spenta nei reparti dell’ospedale Monaldi di Napoli. Mamma Patrizia ha accettato il verdetto del team di specialisti con il composto dolore e la dignità che l’hanno distinta in queste settimane. “Ora è un angioletto – ha detto tra le lacrime – ma non dovremo mai dimenticarlo. Anche per questo creeremo una fondazione a lui intitolata, per aiutare i bambini che si trovino nelle sue stesse condizioni”.

L’inchiesta

Il cuore che era stato trovato per lui intanto ha iniziato a battere nel petto di un altro bambino, operato con successo a Bergamo. Davanti ai cronisti, la madre invoca con tono sereno “giustizia e verità” per l’accaduto. L’inchiesta della Procura della Repubblica punta a ricostruire una serie di negligenze che avrebbero trasformato un’opportunità di vita in una condanna definitiva. Il perno della questione risiede nelle modalità di trasporto del muscolo cardiaco, giunto da Bolzano il 23 dicembre scorso in condizioni di conservazione del tutto improprie.

La gestione errata della catena del freddo

L’ipotesi accusatoria è netta: l’organo donato da un bambino di quattro anni sarebbe arrivato a destinazione “bruciato”. La causa risiederebbe nell’utilizzo di ghiaccio secco, un refrigerante capace di raggiungere temperature talmente basse da compromettere irreparabilmente la funzionalità dei tessuti organici. Nonostante l’immediato intervento chirurgico, le condizioni del piccolo paziente sono precipitate in un declino inesorabile, rendendo vano ogni tentativo di rimediare al danno iniziale o di procedere a un secondo trapianto. Il quadro clinico, aggravatosi progressivamente, è culminato nel coma profondo e nel decesso avvenuto in coincidenza con i primi atti formali dell’autorità giudiziaria.

Le indagini sui dispositivi mobili

L’attività degli inquirenti si concentra ora sull’analisi dei dati informatici. I carabinieri hanno proceduto al sequestro degli smartphone appartenenti a sei persone coinvolte, a vario titolo, nelle operazioni di espianto e trasferimento. Messaggi, registrazioni vocali e fotografie saranno passati al setaccio per verificare la natura delle comunicazioni intercorse durante quelle ore convulse. Si cerca la prova di una consapevolezza, o di un allarme tardivo, riguardo all’inadeguatezza del contenitore utilizzato per il trasporto. Il fascicolo, inizialmente aperto per lesioni colpose, ha subito una variazione formale in omicidio colposo a seguito del decesso del minore.

La difesa dei chirurghi e l’esame autoptico

Sul fronte difensivo, i legali del cardiochirurgo Guido Oppido, che eseguì l’intervento, ribadiscono la correttezza dell’operato professionale del proprio assistito. Secondo la tesi della difesa, ogni azione sarebbe stata improntata al dovere e al tentativo disperato di sottrarre il paziente a un destino avverso, lottando contro un tempo tiranno. Resta il fatto che l’esame autoptico, già programmato, dovrà chiarire se vi fossero margini di manovra differenti o se l’esito fosse già segnato nel momento in cui l’organo ha varcato la soglia della sala operatoria. La salma rimane sotto sequestro, mentre l’opinione pubblica attende risposte su un errore che appare, a una prima analisi, elementare nella sua tragicità.

Il dolore collettivo e l’attesa di giustizia

Mentre la giustizia compie i suoi passi necessari, la città di Nola e la comunità del Monaldi si stringono attorno alla famiglia. Un pilastro dell’ingresso dell’ospedale è divenuto un luogo di culto spontaneo, affollato di fiori e messaggi di cordoglio. È il segno di una partecipazione emotiva che non può tuttavia prescindere dal rigore dell’accertamento dei fatti. La medicina d’eccellenza non ammette deroghe alle procedure di sicurezza, specialmente quando in gioco vi è la vita di un bambino. La magistratura dovrà stabilire se si sia trattato di una fatalità imprevedibile o, come appare probabile, di una catena di errori umani e tecnici che non avrebbe dovuto trovare posto in un sistema sanitario moderno.