Nella notte giapponese il misterioso rito imperiale del Daijosai

Nella notte giapponese il misterioso rito imperiale del Daijosai
14 novembre 2019

Si tiene oggi il più suggestivo e controverso rito di ascesa al Trono del Crisantemo dell’imperatore del Giappone Naruhito: il misterioso “Daijosai”, nel quale il Tenno entra in contatto diretto con la sua antenata, la dea del sole Amaterasu-O-Mikami, e quindi è in qualche modo connesso a una discendenza divina della Famiglia imperiale. Il rito shintoista ha luogo nella notte giapponese tra oggi e fino alle prime ore di domattina. L’Imperatore in esso prega perché la nazione abbia pace e buoni raccolti. A rendere controversa la cerimonia è il fatto che essa suggerisce una connessione della dinastia imperiale con il divino, in apparente contraddizione con la rinuncia al carattere divino dell’istituzione imperiale sancita da Hirohito – il nonno dell’attuale Imperatore – dopo la disfatta nella seconda guerra mondiale.

Naruhito è diventato il 126mo Imperatore del Giappone il primo maggio, dando inizio all’era Reiwa (“bella armonia”) e succedendo al padre Akihito che ha deciso di abdicare, primo Tenno a fare questo passo in due secoli. Ma i riti d’intronizzazione sono particolarmente articolati e, da allora, sono proseguiti fino a giungere al loro acme proprio con il Daijosai, “Festa del Grande Ringraziamento”. La cerimonia è misteriosa perché a essa partecipano solo l’Imperatore e una serie di assistenti donne, rigorosamente abbigliate con abiti tradizionali shinto e vincolate al più rigoroso segreto. All’interno del recinto del Palazzo imperiale di Tokyo sono stati costruiti due padiglioni temporanei, dove il rito inizia alle 17 locali, per finiere alle 3 del mattino di domani, sempre orario giapponese (9 del mattino di oggi in Italia, con termine sempre oggi alle 20 italiane).

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La collocazione in autunno della cerimonia è legata al raccolto del riso. In effetti, il Tenno nella prima parte della cerimonia stessa mangia un riso speciale, coltivato da particolari famiglie, conservato in un santuario e purificato con riti shintoisti. Secondo quanto afferma l’Agenzia per la Casa imperiale nipponica, il Daijosai trae le sue origini nella più profonda antichità giapponese ed è citato nella prima raccolta storiografica giapponese, il Kojiki (“Racconto di antichi accadimenti”), che fu compilato nel 712. Sarebbe stato l’imperatore Temmu (regnante 673-686) il primo a codificare il Daijosai. La cerimonia si è tenuta quasi ininterrottamente da allora a ogni ascesa al trono di un Imperatore, tranne circa due secoli di assenza tra il XV e il XVII secolo, quando la Casa imperiale – che non governava realmente il paese, in mano invece a Shogun di origine guerriera – si trovò a corto di denaro. In quel periodo, ci fu persino un Imperatore costretto a lavorare, cioè a produrre calligrafie per venderle. Era così povero che, una volta morto, vennero a mancare i fondi per fargli il funerale e la salma dové attendere a lungo prima di avere esequie solenni.

Le due sale provvisorie – esempi della più pura architettura lignea giapponese delle origini – costruite nel recinto del Palazzo si chiamano Yuki e Suki e hanno entrambe due stanze. Da quello che si sa, l’Imperatore dapprima entra nella sala princpale di Yuki, che si trova a est, illuminata solo da lampade tradizionali. Lì l’Imperatore trova campioni dei prodotti della pesca e della terra provenienti dalle province del Giappone, posti su piatti di legno. Il riso, prodotto principale della dieta nipponica, proviene dalla provincia orientale di Tochigi. L’Imperatore colloca ognuno di questi cibi su foglie, che sono a decine collocate sul pavimento, per offrirli alle divinità discese per l’occasione. Quindi legge una preghiera per la pace e i raccolti e mangia i cibi in compagnia degli dei. Lo stesso rito dovrebbe essere svolto anche nella sala principale del padiglione Suki, collocato a ovest, ma il riso proviene dalla prefettura occidentale di Kyoto, l’antica capitale del Giappone. La scelta delle provincia di provenienza dei cibi è avvenuta sulla base di rituali antichi degli indovini cinesi e giapponesi, che interpretano le crepe sul carapace di una tartaruga collocato su una fiamma.

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I critici sostengono che il Daijosai viola la laicità sancita costituzionalmente per lo Stato nipponico. In particolare, l’Articolo 20 della Costituzione chiarisce che statoe religione sono separati, istituendo una cesura col periodo tra la Restaurazione Meiji (1868) e la sconfitta (1945) nel quale il Tenno era venerato come figura divina e in suo nome si svolgeva lo sforze imperiale nipponico. Il fatto che il governo abbia stanziato per questa cerimonia quasi due miliardi e mezzo di yen (circa 21 milioni di euro), per tre quarti usati per la costruzione delle strutture temporanee che verranno poi smantellate dopo il Daijosai (ma sarà possibile per i cittadini visitarli tra il 21 novembre e l’8 dicembre). Come ogni volta in questo caso, sono stati presentati diversi ricorsi presso la Corte suprema per violazione della Costituzione. Finora tali ricorsi non hanno avuto esito, tuttavia la giustificazione che il governo nipponico dà del sostegno alla cerimonia corre su un filo molto sottile. Il Daijosai è considerato un rito appartenente alla tradizione della Famiglia imperiale e necessaria al mantenimento della linea ereditaria, ma non una questione legata al funzionamento dello Stato. Insomma, quei soldi sono qualcosa di simile a un aiuto. Sono circa 700 le persone invitate alla cerimonia. Tra esse le principali cariche dello Stato: il primo ministro Shinzo Abe, i membri del suo gabinetto, i presidenti delle due Camere, i giudici della Corte suprema, ma nessun osservatore esterno. Tutti, però potranno stare solo solo all’esterno delle due strutture temporanee: neanche a loro è concesso di assistere ai riti.

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