Il governo incassa la fiducia sul decreto Ucraina, ma nel centrodestra esplode il caso Salvini‑Vannacci

Duecentosette voti favorevoli all’esecutivo, poi via libera definitivo con duecentoventinove sì. I tre deputati fuoriusciti dalla Lega presentano mozioni contro gli armamenti ma sostengono comunque Meloni. Forza Italia chiude alla collaborazione, il Carroccio denuncia contraddizioni. Fratelli d’Italia include Futuro nazionale nei sondaggi riservati agli iscritti.

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Camera dei Deputati

La conta finale consegna alla cronaca parlamentare numeri chiari: duecentosette voti favorevoli alla fiducia sul decreto che autorizza nuovi aiuti civili e militari all’Ucraina, centodiciannove contrari, quattro astenuti. Poi il via libera definitivo al provvedimento con duecentoventinove sì e quaranta no. Il testo passa ora in seconda lettura al Senato, dove approderà in aula dal ventiquattro febbraio. Ma dietro l’aritmetica della maggioranza si nasconde la prima vera crepa nella coalizione di centrodestra da quando Giorgia Meloni siede a Palazzo Chigi.

La scissione di Roberto Vannacci dalla Lega e la nascita di Futuro nazionale hanno trasformato un passaggio parlamentare di ordinaria amministrazione in un banco di prova politico. Con esiti contraddittori che testimoniano lo spaesamento tattico dei tre deputati fuoriusciti: Rossano Sasso, Emanuele Pozzolo ed Edoardo Ziello hanno depositato ordini del giorno per fermare l’invio di armamenti a Kiev, salvo poi votare la fiducia al governo che quell’invio autorizza. Una ginnastica parlamentare che non è sfuggita agli alleati di maggioranza né alle opposizioni, e che segna il tentativo maldestro di collocarsi contemporaneamente dentro e fuori la coalizione.

Gli ordini del giorno respinti e il paradosso politico

La strategia dei vannacciani si è rivelata un boomerang. Gli ordini del giorno contrari al sostegno militare all’Ucraina sono stati bocciati senza appello, sostenuti soltanto dai tre firmatari. Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra, pur condividendo la linea pacifista, hanno rifiutato di votarli per non prestare il fianco a quello che Angelo Bonelli ha definito un risveglio tardivo. Il capogruppo pentastellato Riccardo Ricciardi è stato ancora più netto: “Sono carta straccia per noi”. La diffidenza nasce dal sospetto che i tre deputati stiano improvvisando una linea politica per legittimare la scissione, senza una storia credibile alle spalle.

“Voi pensate che la politica sia un autobus”, ha affondato Bonelli, rivendicando una coerenza che viene da lontano. Il paradosso è evidente: Futuro nazionale denuncia il governo per il suo atlantismo ma poi gli concede la fiducia sul provvedimento simbolo di quell’atlantismo. Una contraddizione che Vannacci prova a sciogliere con una formula ambigua: “Contrari al provvedimento ma sì alla fiducia. Futuro nazionale sa dove stare”. Dove stia esattamente, però, resta un mistero anche per gli osservatori più benevoli.

Le stilettate di Molinari e la chiusura di Tajani

La Lega non ha perdonato l’affronto. Il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha scelto l’arma dell’ironia corrosiva per definire l’operazione: “Più che futurismo di Marinetti, è il trasformismo di Giolitti”. Un riferimento storico che suona come una condanna politica definitiva. Molinari ha definito “buffo” il tentativo di salvare l’immagine: “Accusi il governo di sostenere Kiev e poi al primo voto voti la fiducia, su quel provvedimento, alla maggioranza”. La contraddizione è palese e difficilmente sanabile.

Forza Italia, dal canto suo, ha chiuso ogni porta. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha bollato come “ininfluente” l’uscita dei tre deputati, allineandosi alla valutazione già espressa in aula dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Ma soprattutto ha aggiunto una precisazione politica rilevante: “Difficile pensare di poter collaborare con il nuovo partito di Vannacci”. Una frase che suona come un veto preventivo a qualsiasi ipotesi di alleanza futura, pur con la cautela diplomatica del “la Lega ha diritto ad avere l’ultima parola”. Il messaggio è chiaro: Forza Italia non intende sdoganare il generale, lasciando a Salvini l’onere e il rischio di gestire la questione.

Il silenzio calcolato di Fratelli d’Italia

Giorgia Meloni e il suo partito hanno scelto la via del silenzio pubblico, ma non dell’indifferenza. Il segnale più eloquente arriva da un dettaglio apparentemente secondario: nel sondaggio inviato ieri sera agli iscritti alla mailing list di Fratelli d’Italia, tra i partiti proposti compare anche Futuro nazionale. Un’inclusione che non è casuale e che testimonia l’attenzione con cui via della Scrofa sta monitorando la nascita della nuova formazione. Nei primi sondaggi che circolano riservati, Vannacci sembrerebbe attestarsi su percentuali non trascurabili, ma dalle parti di Fratelli d’Italia l’invito è alla prudenza.

“Mancano ancora un anno e due mesi alle elezioni politiche”, ragionano i dirigenti meloniani, ricordando un precedente istruttivo: “Subito dopo la nascita anche Fratelli d’Italia era dato tra il cinque e l’otto per cento, ma alla fine arrivammo sotto il due”. La cautela è d’obbligo, perché il rischio di una frammentazione del centrodestra esiste. Ma esiste anche la possibilità che Futuro nazionale si riveli un fuoco di paglia, destinato a esaurirsi prima del voto. Per ora Meloni osserva, calcola, aspetta. La strategia è attendista: lasciare che siano Lega e Forza Italia a sporcarsi le mani con Vannacci, evitando prese di posizione che potrebbero rivelarsi premature.

Campo largo: uniti contro il governo, divisi sull’Ucraina

Sul fronte delle opposizioni il copione non cambia. Partito Democratico, Azione, Italia Viva e Più Europa hanno votato a favore dell’invio di armi a Kiev, confermando la linea atlantista. Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi Sinistra hanno votato contro, rivendicando una posizione pacifista coerente. Tutti, senza eccezioni, hanno respinto la fiducia al governo Meloni. Ma al di là dell’aritmetica parlamentare, le opposizioni hanno colto l’occasione per mettere il dito nella piaga delle divisioni interne alla maggioranza. Riccardo Magi ha ironizzato sulla scelta di porre la fiducia: “In pratica hanno lasciato una porta aperta all’ingresso dei putiniani, altro che dimostrazione di maggiore responsabilità come ha detto ieri Crosetto”.

Un attacco frontale che coglie l’anomalia: per la prima volta dall’inizio della legislatura, dentro la maggioranza si registra un voto contrario al sostegno militare all’Ucraina. “Un fatto inedito, visto che da oggi in maggioranza c’è chi si distingue e vota contro al sostegno all’Ucraina, che è un tema cruciale per la politica estera di un Paese”, evidenzia Magi. Il democratico Claudio Mancini ha chiesto esplicitamente a Meloni di chiarire “se, dopo questa rottura in aula, Vannacci è in maggioranza”. Una domanda che non avrà risposta immediata ma che fotografa il cortocircuito politico in atto.

La vicenda lascia in sospeso questioni non marginali. La prima riguarda la riforma della legge elettorale, finita in stand by proprio mentre si consuma la frammentazione del centrodestra. La seconda attiene alla tenuta della coalizione di governo: se Futuro nazionale crescesse nei consensi, potrebbe diventare un problema serio per Salvini e per gli equilibri interni alla maggioranza. La terza è di metodo: porre la fiducia su una quindicina di emendamenti depositati è stata palesemente una scelta politica per serrare i ranghi, come confermato dal fatto che il decreto passa ora al Senato senza modifiche sostanziali. Ma serrare i ranghi funziona solo se i ranghi esistono ancora. E dopo la giornata di oggi, la certezza vacilla.