Il conflitto Usa-Israele-Iran congela il 20% del petrolio mondiale: prezzi alle stelle e stoccaggi in picchiata. La Francia riaccende il nucleare, la Germania rispolvera il carbone
L’inverno freddo e la guerra in Iran mettono a dura prova il mix energetico continentale. Le riserve Ue al 30% impongono scelte drastiche. Tra le opzioni sul tavolo di Bruxelles anche il rinvio della riforma del sistema Ets.
L’Europa scopre di essere nuovamente vulnerabile. A quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina, un nuovo conflitto alle porte del continente riaccende la fiamma dei prezzi energetici. L’offensiva condotta da Usa e Israele contro l’Iran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, collo di bottiglia attraverso cui transita il 20% del greggio mondiale e gran parte del gas naturale liquefatto qatariota.
I mercati reagiscono con nervosismo: il gas al Ttf di Amsterdam sfiora i 52 euro a megawattora, il Brent si assesta sopra gli 83 dollari al barile. La Commissione Ue ha convocato d’urgenza una riunione a Bruxelles per domani, a cui parteciperà anche il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, Fatih Birol. L’obiettivo è evitare una nuova crisi delle forniture mentre le riserve continentali scendono pericolosamente sotto la media stagionale.
L’effetto Hormuz su gas e petrolio
Le oscillazioni dei prezzi nelle ultime ore raccontano una tregua apparente. I future sul gas naturale al mercato di riferimento di Amsterdam viaggiano a 51,7 euro al megawattora, in rialzo del 6%. Il petrolio Brent, parametro internazionale, quota 83,66 dollari al barile con un incremento del 2,65%. Dopo i picchi iniziali, i mercati sembrano scommettere su una risoluzione del conflitto in tempi brevi. Ma la realtà sul campo è diversa.
Lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato. Da lì passa il 20% del greggio mondiale e la quasi totalità del Gnl prodotto dal Qatar, secondo fornitore globale, oltre a flussi significativi da Emirati, Arabia Saudita e Kuwait. Il blocco non è solo navale: gli attacchi iraniani hanno costretto il Qatar a interrompere la produzione. Il risultato è una pressione immediata sull’Europa, che si trova a competere con l’Asia per accaparrarsi le poche navi disponibili sul mercato spot.
Il Financial Times segnala un episodio emblematico. La BW Brussels, metaniera carica di Gnl nigeriano diretta in Francia, ha improvvisamente invertito la rotta nell’Atlantico puntando a sud verso il Capo di Buona Speranza. Destinazione: Asia. Un segnale chiaro della crescente concorrenza che l’Europa dovrà affrontare per assicurarsi le forniture invernali.
Stoccaggi Ue sotto la media stagionale
L’inverno rigido ha aggravato il quadro. Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, le riserve di gas nell’Unione sono riempite per meno del 30%, contro una media quinquennale del 45% per questo periodo. I paesi più esposti sono Paesi Bassi, Svezia, Croazia e Lettonia. L’Italia si distingue in positivo: il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e l’ad di Snam Agostino Scornajenchi confermano stoccaggi pieni al 45%. Un cuscinetto che garantisce margine, ma non isolamento dal mercato continentale.
Dal 2022 l’Europa ha diversificato le fonti, riducendo la dipendenza dalla Russia a favore di Stati Uniti e Norvegia. Oggi solo il 10% del Gnl europeo proviene dal Qatar. Ma il mercato è globale e la tensione in Medio Oriente altera gli equilibri. Con il Qatar fermo, i paesi asiatici si riforniscono altrove, facendo lievitare i prezzi per tutti.
Il rischio concreto è che i prezzi alti inneschino un effetto domino. Le aziende di pubblica utilità potrebbero dover tornare a fonti più inquinanti ma immediatamente disponibili. La Germania, già nel 2022, dimostrò la fattibilità del passaggio dal gas al carbone in alcune centrali elettriche. Ipotesi che oggi torna d’attualità.
Carbone e nucleare, le alternative possibili
I prezzi del carbone termico hanno già raggiunto il massimo degli ultimi due anni. Dal giorno precedente l’escalation in Iran, le quotazioni europee sono salite del 26%, toccando i 133 dollari a tonnellata. Rincari simili si registrano in Australia e in Asia. Il Bangladesh ha già annunciato che ricorrerà al carbone per compensare il caro-gas e le interruzioni di Gnl.
Alex Thackrah, senior manager per il carbone di Argus, ipotizza scenari estremi: Un conflitto prolungato potrebbe raddoppiare i prezzi fino a 250 dollari a tonnellata, soprattutto se la crisi energetica dovesse costringere al riavvio di centrali a carbone dismesse.
Ma l’Europa ha una leva in più rispetto al 2022: il nucleare francese. Due anni fa, circa la metà dei 56 reattori di Edf fu fermata per problemi di corrosione. Oggi molti sono tornati operativi. Una risorsa strategica per tenere insieme la domanda.
A Bruxelles si discuterà anche di misure più strutturali. Tra queste, il rinvio dell’estensione del sistema europeo di scambio di quote di emissione (Ets), il meccanismo faro per la decarbonizzazione che però aumenta il costo del carbonio e, indirettamente, quello dell’energia.
Petrolio, produzione a rischio in tutto il Golfo
Il blocco di Hormuz non colpisce solo il gas. Diversi paesi del Golfo hanno già riempito i propri serbatoi di stoccaggio e iniziano a dover rallentare l’estrazione. L’Arabia Saudita ha attivato l’oleodotto est-ovest che bypassa lo Stretto, convogliando il greggio verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso. Capacità: 5 milioni di barili al giorno. Da lì, l’oleodotto egiziano Sumed garantisce un collegamento con il Mediterraneo.
Una valvola di sfogo, ma non una soluzione per tutti. Il primo grande esportatore a ridurre la produzione è stato l’Iraq. Martedì ha annunciato tagli in tre dei suoi maggiori giacimenti. Secondo stime di un importante trader citate dal Financial Times, la perdita irachena supera già i 2 milioni di barili al giorno. Altri 1,5 milioni potrebbero saltare nei successivi uno o due giorni.
A seguire, toccherà al Kuwait: 1,5 milioni di barili a rischio nei prossimi tre giorni. Poi gli Emirati Arabi, e infine, entro due settimane, l’Arabia Saudita. Il paradosso è che tutto avviene a poche ore di distanza dall’annuncio Opec+ di un aumento della produzione di 206mila barili al giorno. E nonostante le rassicurazioni di Donald Trump sulla disponibilità a scortare le petroliere in transito.
