È morto David Riondino, eclettico maestro dell’improvvisazione poetica e scenica

David Riondino

David Riondino

La poesia “a braccio” — l’arte dimenticata dell’improvvisazione in versi sull’endecasillabo ariostesco — aveva trovato in David Riondino il suo interprete più vivo e più eccentrico. Morto a 73 anni, lascia un vuoto difficile da colmare nell’Italia culturale che non riesce a fare scuola dei propri irregolari. I funerali si terranno martedì 31 marzo, alle ore 11, nella Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo a Roma.

Un fiorentino contro le convenzioni

Nato a Firenze il 10 giugno 1952, Riondino aveva costruito la propria identità artistica fuori da qualsiasi schema: cantante, scrittore, attore, regista e drammaturgo, ma soprattutto un sperimentatore che non riconosceva confini tra generi e discipline. La sua cifra più autentica era la contaminazione: mescolava poesia colta e tradizione popolare, satira politica e rigore filologico, cabaret e letteratura alta, con un’agilità che raramente appartiene a chi sceglie di restare fuori dal mercato. E Riondino quella scelta la fece presto, e non la rinnegò mai.

Il punto di partenza era antico quanto la lingua italiana. La poesia “a braccio” — costruita in ottave di endecasillabi sul modello dell'”Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto, praticata per secoli nelle piazze della tradizione popolare toscana e laziale — era diventata la sua forma d’elezione. Non per nostalgia antiquaria, ma per convinzione: quella forma aveva una musicalità, una velocità mentale e una capacità di stare nel presente che nessun altro codice espressivo garantiva allo stesso modo. Riondino la reinventò, la riportò sui palchi, la rese accessibile a platee che non l’avevano mai sentita nominare.

Dal Collettivo Victor Jara alla televisione

Il suo percorso cominciò con la politica, come spesso accade nelle biografie artistiche di quella generazione. Poco più che ventenne, nei primissimi anni Settanta, fondò a Firenze il Collettivo Victor Jara: una cooperativa eclettica di teatro, musica e animazione, intitolata al cantautore cileno assassinato dai militari di Pinochet pochi giorni dopo il colpo di stato del settembre 1973. Era un’Italia in cui la cultura aveva ancora senso di schierarsi, e Riondino si schierò — ma senza mai ridurre l’arte a strumento. Per i circoli Ottobre incise due dischi: “Collettivo Victor Jara” e “Non vi mettete a Spingere”. Il tono era già quello: militante ma ironico, impegnato ma mai serioso.

Negli anni Ottanta arrivò la stagione delle riviste satiriche. “Tango” e “Cuore”, supplementi de “L’Unità”, ma anche “Comix”, “Linus” e “Il Male”: Riondino ci portò i suoi versi con la stessa naturalezza con cui un artigiano porta i propri attrezzi. Era un verseggiatore satirico di rara precisione, capace di fare del metro poetico uno strumento di commento politico senza che la forma si inceppasse sul contenuto. Quegli anni di gavetta editoriale gli forgiarono uno stile che avrebbe riconosciuto per trent’anni: asciutto, musicale, tagliente.

La televisione arrivò alla fine degli anni Ottanta, e con essa uno dei momenti più sorprendenti di una carriera già ricca di sorprese. Joao Mesquinho — il bizzarro “cantautore brasiliano” che Riondino portò stabilmente nel salotto del Maurizio Costanzo Show su Canale 5 — era un personaggio stralunato e perfettamente calibrato: una maschera comica che giocava con l’esotismo e l’equivoco culturale con leggerezza chirurgica. Il grande pubblico lo scoprì lì. Nel 1994-95 condusse con Daria Bignardi “A tutto volume” su Italia 1, programma dedicato ai libri: un’anomalia nel palinsesto commerciale dell’epoca, riuscita proprio perché Riondino sapeva tenere insieme la divulgazione e il ritmo, la cultura e l’intrattenimento senza sacrificare né l’una né l’altro.

Il sodalizio con Vergassola e la scena teatrale

Il teatro rimase sempre il suo centro di gravità. Nel 1987 con Paolo Rossi mise in scena “Chiamatemi Kowalski” e poi “La commedia da due lire”: spettacoli che incarnavano quell’idea di teatro popolare e letterario insieme, senza accademia e senza volgarità. Con Sabina Guzzanti collaborò negli anni successivi, in cinema e sul palco, condividendo una visione satirica che non cedeva né al facile né al politically correct ante litteram.

Il sodalizio più lungo e fecondo fu però quello con Dario Vergassola, avviato nel 1997 e portato avanti per quasi trent’anni. Insieme costruirono un repertorio vastissimo: “I Cavalieri del Tornio”, recital per due chitarre; “Todos Caballeros”; “Riondino accompagna Vergassola ad incontrare Flaubert”, variazioni su Don Chisciotte e Madame Bovary. Con un ensemble di strumentisti e soprano realizzarono “La traviata delle Camelie”, variazioni su Verdi e Dumas. Su idea di Sergio Maifredi, i due commentarono in scena l’ultimo canto dell'”Odissea” e poi il “Morgante” del Pulci: un’impresa culturale di quelle che non si finanziano facilmente e non si spiegano a un ufficio marketing, ma che trovano il loro pubblico per forza propria.

Il festival, i libri, il cinema

Nel 2003 Riondino fondò a San Mauro Pascoli — paese natale di Giovanni Pascoli — il festival “Il giardino della poesia”, dedicato alla poesia narrativa e alla lettura scenica. Il festival è ancora attivo, e nelle ultime edizioni ha ospitato cicli di “letture illustrate” su D’Annunzio, Scotellaro, Ovidio, Kazanzakis: un progetto di lunga durata, costruito con pazienza e senza clamore, che dice molto su come Riondino intendesse la trasmissione della cultura. Non come evento ma come pratica.

La sua produzione discografica e libraria fu altrettanto irregolare e continua. Tra i dischi: “Boulevard”, “Tango dei Miracoli” con le illustrazioni di Milo Manara — un’amicizia e una complicità che tornerà nel 2016 con “Il Trombettiere”, poemetto corredato da cento disegni del fumettista romagnolo, pubblicato da Magazzini Salani. Per Feltrinelli uscì “Rombi e Milonghe”, per Nottetempo “Sgurz”, per Castelvecchi nel 2019 “Sussidiario”, raccolta di scritti satirici in versi. Nel 2024 — pochi mesi fa — aveva ancora pubblicato “capitoli” in terza rima sulla rivista “Poesia” di Nicola Crocetti: un artista che non aveva smesso di lavorare.

Al cinema, la sua presenza fu discreta ma memorabile. Recitò in “Maledetti vi amerò” di Marco Tullio Giordana e in “Kamikazen” di Gabriele Salvatores. Ma è ne “La notte di San Lorenzo” dei fratelli Taviani che consegnò alla storia un’immagine: il suo volto è quello del manifesto del film, il fascista Giglioli trafitto dalle lance, in una scena che ancora oggi colpisce per violenza visionaria. Come regista girò nel 1997 “Cuba Libre, velocipedi ai Tropici” e una serie di documentari sugli improvvisatori in versi cubani — un tema che lo ossessionava per ragioni evidenti, di prossimità elettiva. Uno di questi, “Il Papa in versi”, vinse nel 2016 il premio del festival Cinema e Spiritualità di Terni.

La radio, Dante, Boccaccio

Gli ultimi anni lo videro attivo soprattutto in radio e nelle collaborazioni con poeti e filologi. Per Rai Radio3 realizzò “Il dottor Djembé” con Stefano Bollani, dal 2006, e poi con il filologo Maurizio Fiorilla “Umana cosa” su Boccaccio nel 2013 e “Ma dimmi chi tu se'” su Dante nel 2021. Continuò a girare con “Dante Inferno Novecento” per la regia di Federico Tiezzi, e con Davide Rondoni portò in scena “Tipi pasoliniani”. Fino al 2024 era ancora in cartellone con “Felicità turbate” di Mario Luzi. David Riondino aveva 73 anni e non aveva ancora smesso. Questo, forse, è il dato più significativo di tutti.