Riforma elettorale, Meloni convoca gli alleati e rilancia: coalizione unita, minoranze in stallo

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Il vertice c’è stato. L’unità è stata riaffermata. Ma la partita vera – quella con le opposizioni – non è ancora aperta. Mercoledì sera, alle sette, Giorgia Meloni riunisce a Palazzo Chigi tutti i leader della coalizione – Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi – insieme agli esperti dei rispettivi partiti. L’incontro dura circa un’ora. L’obiettivo, duplice: tenere compatta la maggioranza sulle linee essenziali della riforma elettorale e, al tempo stesso, mettere il centrosinistra davanti alle proprie contraddizioni.

I nodi tecnici ancora aperti

Sul piano interno, modificare la proposta non è considerato un tabù. I punti su cui si può intervenire sono già identificati: il meccanismo del ballottaggio – attivato se nessuno supera il 40% ma si raggiunge comunque il 35% – la questione del Trentino, la difformità di esito possibile tra Camera e Senato. Ma il nodo più delicato rimane il cosiddetto “listone”, il sistema attraverso cui viene assegnato il premio di maggioranza.

È su questo punto che Forza Italia ha sollevato le perplessità più nette, temendo penalizzazioni per i partiti minori della coalizione. Le ipotesi in campo prevedono un criterio proporzionale nella distribuzione o, in alternativa, un pacchetto di seggi ridotto rispetto agli attuali 70 alla Camera e 35 al Senato. Sullo sfondo, la richiesta degli alleati di ottenere garanzie concrete, possibilmente sotto forma di quote predefinite.

La mossa tattica: stanare il centrosinistra

Il secondo obiettivo del vertice è più politico che tecnico. La maggioranza decide di dare mandato ai propri capigruppo alla Camera di contattare quelli dei partiti di minoranza “per avviare il tavolo di confronto”. Il risultato atteso, secondo la nota diffusa al termine della riunione, deve essere “dotare l’Italia di una riforma che garantisca governabilità e stabilità, per l’intera legislatura, a chiunque vinca le elezioni”. Il sottinteso è esplicito: anche al centrosinistra, se un giorno dovesse vincere.

Per Meloni l’incubo è il pareggio. È convinta che forze trasversali stiano lavorando esattamente per quello scenario e vuole verificare se “vi sia convergenza sull’obiettivo della stabilità, o se piuttosto si preferiscano sistemi che, non garantendo un risultato chiaro, consentono di governare anche a chi non ha il consenso della maggioranza dei cittadini”. Nel vertice viene stilato un elenco delle obiezioni già avanzate dalle opposizioni, con l’intenzione di ribatterle nel merito e dimostrare che la proposta non mette in pericolo la democrazia.

Il centrosinistra non si muove

La risposta del campo avverso, però, è netta e sostanzialmente uniforme. Il Pd non crede al dialogo e lo dice apertamente. All’incontro con i capigruppo del centrodestra si andrà, se verrà avanzata una richiesta formale, ma senza alcuna disponibilità a offrire quella sponda che dentro Fratelli d’Italia in molti evocano. Prevale la volontà di non finire invischiati in un “Patto del Nazareno 4.0” – così lo chiama più di un dirigente dem – che vanificherebbe l’effetto politico del referendum sulla giustizia. “La partita della legge elettorale sarà il secondo tempo del referendum”, chiosa un parlamentare Pd.

Il presidente dem Stefano Bonaccini è diretto: “Meloni tenta il colpo di mano, evidentemente lo schiaffo del referendum non è bastato”. La segretaria Elly Schlein ha già da giorni bollato la proposta come “irricevibile” e difficilmente cambierà registro.

Il no è trasversale: lo condivide Carlo Calenda, esterno al campo largo, che suggerisce al governo di occuparsi d’altro; Matteo Renzi, secondo cui Meloni vuole cambiare le regole del voto “perché ha paura di perdere”; Alleanza Verdi Sinistra, con Filiberto Zaratti che ricorda come “il diritto di governare lo ha chi prende la maggioranza dei voti, non si attribuisce per legge”; Riccardo Magi di Più Europa, che chiede il ritiro della proposta; Giuseppe Conte, che nel fine settimana l’ha liquidata come “da bocciare”.

Lo schema del premierato bis

Il parallelismo che il centrosinistra costruisce è quello con la riforma della giustizia: stesso schema, stessa logica dei “pieni poteri”. Lo dice esplicitamente più di un esponente dem. “Vogliono un premierato surrettizio”, è la sintesi che circola nei gruppi parlamentari. Nemmeno l’ipotesi di ridurre il premio di maggioranza basta a modificare la linea, perché, ragionano nel Pd, quella riduzione Meloni dovrà operarla comunque per non rischiare la censura della Corte costituzionale. Accettare di collaborare significherebbe avallare una proposta già giudicata strutturalmente irricevibile.

Angelo Bonelli è lapidario: “Meloni è più impegnata a rafforzare il suo potere che a preoccuparsi dei problemi degli italiani”. Un parlamentare dem aggiunge: “Senza il ritiro del premierato e del ddl anti-ballottaggi non si prende nemmeno un caffè. Del resto, ricordiamo l’incontro sul premierato: ci hanno voluti incontrare, siamo andati e loro sono andati avanti da soli”.

Il risultato del vertice di mercoledì sera è dunque questo: la maggioranza è più compatta di quanto non fosse la settimana scorsa, almeno nella forma. Ma il dialogo con le opposizioni rimane, per ora, un esercizio tattico più che una prospettiva reale.