Caso camici, Gdf acquisisce documenti su società della famiglia Dini

Caso camici, Gdf acquisisce documenti su società della famiglia Dini
Attilio Fontana
28 settembre 2020

I militari del Nucleo Speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza hanno effettuato una serie acquisizioni di documenti negli uffici di “Trust Diva”, il trust amministrato da una fiduciaria del Credit Suisse che controlla, con il 90% del capitale, la “Diva spa”, veicolo societario che a sua volta detiene il 90% delle quote di Dama che capo a Andrea Dini, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana ora indagato insieme a lui nell’inchiesta sulla fornitura di camici alla Regione Lombardia poi trasformata in donazione.

Analoga attività di acquisizione documentale ha riguardato anche “Divadue srl”, società attraverso cui Roberta Dini, moglie del governatore, detiene il 10% delle azioni dell’azienda varesina che controlla il marchio “Paul& Shark”. La documentazione acquisita servirà agli inquirenti milanesi per far luce su assetto societario, compagine azionaria e catena di controllo a monte della Dama, la società varesina di proprietà della famiglia Dini finita al centro dell’inchiesta milanese che vede il governatore Fontana indagato per frode nelle pubbliche forniture insieme al cognato e all’ex direttore generale della centrale acquisti regionale Aria, Filippo Bongiovanni, accusati anche di turbata libertà nella scelta del contraente.

Il “Trust Diva” è basato in via Amedei, nel pieno centro di Milano, dove ha anche sede l’Unione Fiduciaria, società già nota agli inquirenti milanesi per aver bloccato, ai sensi della normativa antiriclaggio, il bonifico da 250 mila euro che, secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, il governatore Fontana voleva effettuare a favore del cognato per risarcirlo dei mancati profitti dall’affare camici dopo che il contratto di acquisto era stato trasformato in donazione. Soldi che il governatore aveva prelevato da un suo conto in Svizzera dove, nel 2015, vennero “scudati” attraverso la voluntary disclosure circa 5,3 milioni di euro in precedenza detenuti da due trust alle Bahamas.

I magistrati milanesi sono convinti che Fontana e la moglie avessero “piena consapevolezza” della “situazione di conflitto di interessi” che si celava dietro il contratto da 513 mila euro sottoscritto tra Dama e Aria per la fornitura alla Regione Lombardia di 75 mila camici e 7 mila set sanitari durante l’emergenza Coronavirus. A testimoniarlo sarebbero alcuni messaggi ora finiti tra gli atti di indagine. A partire da quello spedito il 16 aprile scorso da Dini alla sorella (nonchè moglie di Fontana) Roberta: “Ordine camici arrivato. Ho preferito non scriverlo ad Atti”. E lei risponde: “Giusto, bene così”.

Leggi anche:
Il Museo storico dell'Aeronautica Militare riapre con due novità

Una fornitura che, dopo la trasformazione dell’ordine di acquisto in donazione, non venne mai completata: dei 75 mila camici previsti dall’iniziale contratto, soltanto 50 mila vennero consegnati alla Regione. Dini avrebbe cercato di rivendere i 25 mila pezzi “mancanti” sul mercato. Elemento, questo, che secondo i pm Luigi Furno, Paolo Filippini e Carlo Scalas e il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, è indicativo della volontà del cognato di Fontana di ottenere un profitto economico da quella fornitura. Una vicenda, hanno scritto i pm milanesi negli atti di indagini, caratterizzata dal “diffuso coinvolgimento” del governatore Fontana.

Segui ilfogliettone.it su facebook

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a redazione@ilfogliettone.it



Commenti