Ranucci contro la Rai e la gip Forleo, Gabanelli rifiuta il ritornoGabanelli dice no al ritorno
Sigfrido Ranucci
Il silenzio di Sigfrido Ranucci, a sentire il diretto interessato, sarebbe imposto dalla Rai. Il conduttore di Report lo ha spiegato a Fiera di Primiero, in Trentino, durante l’incontro per la presentazione di “Diario di un trapezista”. “Questa mattina la Rai mi ha ricordato che per ogni dichiarazione devo chiedere l’autorizzazione, sennò si riapre il codice etico, l’audit, un altro codice etico, un altro procedimento disciplinare”, ha dichiarato. Poi ha aggiunto: “Al terzo provvedimento disciplinare c’è il licenziamento”.
La vicenda non è marginale. Attorno a Ranucci si incrociano l’indagine sull’attentato del 16 ottobre 2025 davanti alla sua villetta di Pomezia, le dichiarazioni dell’imprenditore Valter Lavitola, gli accertamenti interni alla Rai e le indiscrezioni sul futuro del conduttore alla guida di Report. Proprio per questo, il modo scelto da Ranucci per raccontare il proprio silenzio produce un effetto singolare: sostiene di non poter parlare, ma fornisce ai giornalisti una lunga spiegazione sulle ragioni per cui non può farlo.
Il silenzio ha già le sue eccezioni
Sul merito dell’inchiesta il conduttore ha invocato il rispetto della magistratura. “Non posso rispondere, dell’inchiesta non parlo per rispetto dei magistrati”, ha precisato. La linea, però, si è fatta meno prudente quando il discorso è arrivato alla giudice Clementina Forleo.
Ranucci ha annunciato di avere dato mandato ai suoi legali di presentare una querela contro la magistrata per un post pubblicato su Facebook il 16 agosto. Forleo aveva commentato una notizia apparsa sul Foglio e poi rilanciata da Salvo Sottile, chiedendosi perché Ranucci volesse “mantenere a tutti i costi il timone di Report” anche attraverso la “minaccia di spifferare le chat con ‘tutti'”. Nel post la giudice aveva posto interrogativi molto pesanti sul significato di quelle dichiarazioni.
Il legale di Ranucci, Roberto De Vita, aveva definito quelle parole “prive di fondamento e gravemente calunniose”, sostenendo che il giornalista fosse stato costretto a rivolgersi all’autorità giudiziaria. Forleo ha poi replicato spiegando che il suo intervento era “una mera riflessione su una notizia apparsa su Il Foglio” e ripresa da Sottile. Ha inoltre ricordato che “in uno Stato di diritto ognuno risponde delle proprie condotte, ivi incluse le proprie querele”.
La querela, dunque, non è stata ritirata. De Vita ha smentito ogni ipotesi di dietrofront: “Nessun dietrofront. Procederemo a presentare la querela nei confronti della giudice, Clementina Forleo, per il post che ha pubblicato su Facebook”.
A Fiera di Primiero, Ranucci ha quindi aggiunto un elemento destinato ad alimentare ulteriormente il confronto. “Ha detto correttamente che ha ripreso notizie fatte dal Foglio e da Sottile, quindi ha tracciato i mandanti, diciamo così. E quindi adesso sposteremo l’attenzione. Loro per scrivere quelle cose sicuramente hanno le prove”.
È un passaggio che rende meno lineare la rappresentazione di un Ranucci semplicemente costretto al silenzio. Il giornalista afferma di non poter discutere dell’inchiesta, ma interviene sulle accuse rivoltegli, individua chi ha rilanciato le notizie e annuncia che l’attenzione si sposterà proprio su quelle fonti. La prudenza invocata per la magistratura non sembra quindi applicarsi allo stesso modo al resto del confronto pubblico.
La decisione Rai resta ancora aperta
Sul tavolo dell’azienda c’è intanto una questione diversa e concreta: quale sarà il futuro di Ranucci e di Report. La relazione del Comitato Etico è stata consegnata all’amministratore delegato della Rai, Giampaolo Rossi, il 13 agosto. Non risulta, al momento, una comunicazione ufficiale su una sospensione.
Le indiscrezioni su un possibile provvedimento sono state commentate dal legale del conduttore, che ha contestato preventivamente l’ipotesi che la Rai possa assumere una decisione in questa fase. Secondo De Vita, ogni iniziativa dell’azienda sarebbe “inquinata dalle falsità” e dalle “polemiche pretestuose” alimentate anche all’interno della stessa Rai.
Il legale ha sostenuto inoltre che eventuali motivazioni legate a “frequentazioni, fonti e inchieste controverse” sarebbero “espedienti e artifici formali e sostanziali”. E ha definito una possibile sospensione motivata da “incompatibilità ambientale” come una “punizione della vittima”.
La tesi difensiva è dunque netta: Ranucci sarebbe la vittima di un attentato e, proprio per questo, non dovrebbe subire conseguenze professionali dalle circostanze che sono emerse attorno alla vicenda. De Vita ha chiesto alla Rai “saggezza ed equilibrio”, sostenendo che la conclusione delle indagini dovrebbe consentire di “solidarizzare senza esitazione con la vittima di un grave attentato” e, anche per questa ragione, confermarla alla guida di Report.
Ma la questione aziendale non coincide con l’accertamento giudiziario sull’attentato. La prima riguarda il rapporto professionale tra il conduttore e la Rai; la seconda riguarda responsabilità e moventi che spettano alla magistratura accertare. Confondere i due piani rischia di trasformare ogni valutazione interna in una presa di posizione sul procedimento penale.
Lavitola davanti al Riesame
Sul versante giudiziario, l’inchiesta sull’attentato resta il punto più delicato. I quattro componenti della banda che avrebbe collocato l’ordigno davanti alla villetta di Pomezia hanno chiesto di essere interrogati, ma l’atto non è stato ancora fissato e potrebbe slittare alla prossima settimana.
Nello stesso periodo Valter Lavitola, arrestato il 10 agosto, dovrebbe comparire davanti ai giudici del Riesame per rendere dichiarazioni spontanee. Il suo difensore, Arturo Cola, ha escluso che si tratti di una ritrattazione: saranno, ha spiegato, “alcune puntualizzazioni”.
Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’azione dinamitarda del 16 ottobre 2025. Secondo la ricostruzione della Procura di Roma, però, il movente non sarebbe quello indicato dall’imprenditore, cioè ottenere un aumento della scorta per Ranucci. I pm coordinati da Francesco Lo Voi ritengono invece che l’obiettivo fosse favorire l’ingresso del giornalista nella politica e trasformare Lavitola nel suo “king maker”.
Nella richiesta di arresto, la Procura descrive un progetto perseguito “a tutti i costi”. Secondo i pm, Lavitola avrebbe cercato di persuadere Ranucci sfruttando anche la maggiore popolarità derivante dagli attacchi ricevuti. In una intercettazione agli atti, l’imprenditore avrebbe detto al giornalista: “Credo che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente; cerca di cogliere l’occasione, altrimenti rischi la salute”.
Sono elementi che appartengono all’indagine e che dovranno essere verificati nelle sedi competenti. Ma spiegano perché il futuro professionale di Ranucci non possa essere separato, sul piano della cronaca, dagli sviluppi giudiziari che lo riguardano.
La difesa alza il livello politico
Nel frattempo il legale del conduttore ha spostato il confronto anche sul terreno politico. De Vita ha sostenuto che collegare una eventuale decisione della Rai alle “già manifestate indicazioni condizionanti di esponenti di vertice governativo e istituzionale” significherebbe collocare nell’orbita della decisione politica le iniziative dell’azienda nei confronti di Ranucci e della trasmissione.
È un’accusa precisa, ma nel materiale disponibile non compare una decisione Rai che confermi quella ricostruzione. L’azienda, al momento, non ha annunciato una sospensione e starebbe svolgendo ulteriori approfondimenti prima della decisione finale.
Sul piano politico, Giuseppe Conte ha scelto invece di difendere apertamente Report. Il leader del Movimento 5 Stelle ha invitato a “tenere alta la guardia su Report”, sostenendo che le sue inchieste “non sono un problema per gli italiani ma solo per i politici che non tollerano il giornalismo d’inchiesta”.
Il tema, tuttavia, non è soltanto la libertà del giornalismo d’inchiesta. È anche la responsabilità di chi lo rappresenta quando diventa direttamente parte di una vicenda giudiziaria, quando attacca chi pubblica informazioni che lo riguardano e quando annuncia iniziative legali contro una magistrata. È su questo crinale che la vicenda di Ranucci si è spostata dal programma televisivo alla sua persona.
Gabanelli rifiuta il ritorno
In questo quadro è tornato a circolare anche il nome di Milena Gabanelli, storica conduttrice di Report, come possibile soluzione nel caso di una sostituzione di Ranucci. La giornalista ha però escluso nettamente l’ipotesi.
“Non intendo tornare”, ha dichiarato al Giornale, definendo quello che considera il continuo richiamo al proprio nome un “rito della riesumazione”. Gabanelli ha scelto di non entrare nel merito del caso Lavitola: “Sul caso Lavitola non parlo”.
La sua osservazione più significativa riguarda però la natura stessa del programma: “I programmi sono fatti dalla squadra. Uno da solo non fa niente”. È una precisazione che ridimensiona implicitamente la centralità del conduttore nel dibattito sul futuro di Report.
Il programma non coincide con il volto che lo conduce. Esiste una redazione, ci sono autori, giornalisti e un metodo di lavoro sedimentato nel tempo. La questione che la Rai dovrà affrontare, quindi, non è soltanto se Ranucci possa o debba restare, ma come preservare l’autonomia editoriale della trasmissione separandola dalle vicende personali del suo conduttore.
Per ora, però, il dato è un altro: Ranucci dice di non poter parlare. E nello stesso momento parla della Rai, del procedimento disciplinare, della querela contro Forleo, delle fonti delle notizie e dei prossimi obiettivi. Il problema non è il silenzio. È la selezione di ciò su cui, quando vuole, il silenzio finisce.
