Tangenti Eni in Nigeria, chiesti 8 anni per Descalzi e Scaroni

Tangenti Eni in Nigeria, chiesti 8 anni per Descalzi e Scaroni
Paolo Scaroni e Claudio Descalzi
22 luglio 2020

Otto anni di carcere per l’amministratore di Eni, Claudio Descalzi, e per il suo predecessore e attuale presidente del Milan, Paolo Scaroni. Sono le principali richieste di condanna avanzate dal procuratore aggiunto di Milano, Fabio De Pasquale, al termine della sua requisitoria fiume nel processo sulla presunta maxi tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari che Eni e Shell avrebbero pagato nel 2011 ad alcuni politici del governo nigeriano per ottenere la concessione all’esplorazione del giacimento petrolifero Opl-245. Il magistrato ha chiesto ai giudici della settima sezione penale di Milano di confiscare ai due gruppi petroliferi (sotto accusa per responsabilità amministrativa di società per reati commessi da propri dipendenti) 1 miliardo e 92 milioni di dollari, somma che equivale al prezzo della presunta maxi corruzione.

Secondo il rappresentante della pubblica accusa, la stessa cifra deve essere anche confiscata in solido tutti i 13 imputati del processo milanese. Sul fronte delle condanne, la pena più alta – 10 anni di carcere – è stata chiesta per Dan Etete, l’ex ministro del petrolio nigeriano negli anni Novanta che, secondo quanto ricostruito nell’indagine condotte da De Pasquale insieme al collega Sergio Spadaro, avrebbe veicolato la maxi tangente attraverso la Malabu, società a lui riconducibile. Richieste di pena più basse (comprese tra un massimo di 7 anni e 4 mesi di carcere e un minimo di 6 anni ) per tutti gli altri imputati. Tra loro figurano i manager Eni Roberto Casula (ex capo divisione esplorazioni), Vincenzo Armanna (ex vicepresidente del gruppo in Nigeria) e Ciro Antonio Pagano (all’epoca dei fatti managing director di Nae, società nigeriana del cane a 6 zampe), e i presunti intermediari della tangente, gli italiani Luigi Bisignani e Gianfranco Falcioni e il russo Ednan Agaev.

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Altri due presunti mediatori della mazzetta, l’italiano Gianluca di Nardo e il nigeriano Emeka Obi, erano già stati condannati a 4 anni di carcere ciascuno con rito abbreviato. Stando all’ipotesi accusatoria così come emerge dal capo di imputazione, grazie al pagamento della maxi tangete Eni e Shell avrebbero ottenuto “senza gara” e con una serie di clausole favorevoli “i diritti di esplorazione sul blocco 245”. Sarebbe stato l’allora numero uno di Eni Scaroni a dare “il placet all’intermediazione di Obi”, uno dei presunti intermediari nigeriani, “proposta da Bisignani e invitando Descalzi”, allora direttore generale della Divisione Exploration & Production Eni, “ad adeguarsi”. Scaroni e Descalzi avrebbero poi avuto un incontro con il presidente del governo nigeriano Goodluck “per definire l’affare”.

L’intera somma di denaro sarebbe stata bonificata su un conto londinese intestato al governo nigeriano per poi essere interamente girata, nel giro di pochi giorni, alla Malubu, societa privata di Etete, utilizzata come “veicolo” della maxi tangente. L’ex ministro avrebbe incassato 250 milioni di dollari “a profitto proprio e di numerosissimi altri beneficiari per l’acquisto di immobili, aerei, auto blindate e altro”. Il resto della presunta mazzetta sarebbe invece finito nelle disponibilità del premier, Jonathan Goodluck, e di “altri membri del governo nigeriano all’epoca dei fatti”. Altri soldi, infine, sarebbero stati “in parte trattenuti da intermediari e in parte retrocessi a favore di amministratori di Eni e Shell”. Come i 50 milioni di dollari “in contanti” che sarebbero stati consegnati “presso la casa di Roberto Casula” di Abuja e gli oltre 900 mila dollari versati a Armanna “su un conto corrente”.

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Il gruppo Eni ha preso posizione dopo le richieste del pm e “considera prive di qualsiasi fondamento le richieste di condanna avanzate nell’ambito del processo Nigeria ai danni della società, dei suoi attuale ed ex amministratori delegati, e dei manager coinvolti nel procedimento”. “Nel corso della requisitoria – prosegue il gruppo – il pm, in assenza di qualsivoglia prova o richiamo concreto ai contenuti della istruttoria dibattimentale, ha ribadito la stessa narrativa della fase di indagini, basata su suggestioni e deduzioni, ignorando che sia i testimoni, sia la documentazione emersa hanno smentito, in due anni di processo e oltre quaranta udienze, le tesi accusatorie. Le Difese – conclude Eni – dimostreranno al Tribunale che Eni e il suo management operarono in modo assolutamente corretto nell’ambito dell’operazione Opl245”.

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