“Volo notturno per Los Angeles”: Travolta debutta alla regia e riceve la Palma d’oro d’onore

John Travolta

John Travolta

John Travolta è arrivato a Cannes pilotando di persona il suo aereo. Era il modo più coerente per presentare un film che è, nella sostanza, una dichiarazione d’amore al volo. “Propeller One-Way Night Coach” – in italiano “Volo notturno per Los Angeles” – è il suo primo lavoro da regista, atteso dal 29 giugno su Apple TV. La Croisette lo ha premiato con la Palma d’oro d’onore. Lui non se l’aspettava.

“Non me l’aspettavo, è una serata speciale”, ha detto portandosi la mano al cuore, accolto da una standing ovation. Accanto a lui, sul red carpet, la figlia Ella Blue Travolta, ventisei anni, interprete principale della pellicola nel ruolo della hostess. Seduto in sala accanto ad Alberto di Monaco, Travolta ha presentato un’opera che ha scritto, diretto, prodotto e narrato in prima persona. “Questo è un film molto personale”, ha aggiunto.

Un bambino, un volo, un sogno

La storia è tratta da un libretto di quarantadue pagine che Travolta scrisse nel 1997, ispirandosi all’infanzia. Il nucleo è autobiografico: il 22 dicembre 1962, a otto anni, sale per la prima volta su un aereo della TWA accanto alla madre. Il viaggio – pagato mese dopo mese con i risparmi di famiglia – parte dal New Jersey e punta a Hollywood, sei scali, più giorni di traversata continentale. Un’America che non esiste più.

 

 

Il film dura circa un’ora. La regia è in linea con la misura del racconto: nessun eccesso, nessuna enfasi. Travolta descrive quell’aereo con la stessa intensità con cui Romeo descrive Giulietta – le luci del tunnel del gate, i disegni sulle fiancate, il rumore delle eliche, la scaletta come se fosse il tappeto rosso di Cannes. Sulle note di Gershwin, il ricordo si trasforma in favola. “Era un’epoca splendida, romantica, piena di visione e speranza”, ha detto in conferenza. “C’era un grande ottimismo, c’era avventura. Oggi in parte questo manca. Il mio film è un promemoria di ciò che potrebbe di nuovo accadere”.

La passione nata a cinque anni

La fascinazione per il volo viene da lontano. “Vivevamo nel New Jersey, dalla mia stanzetta vedevo l’aeroporto La Guardia, gli aerei sorvolavano casa nostra. Quelle luci notturne… mi sembrava uno show”, racconta. A cinque anni, già guardava il cielo. A settantadue, possiede un ranch con pista di decollo e hangar privato. Quando fu ospite al Festival di Roma, rinunciò al cachet e chiese in cambio il pieno di kerosene: arrivò col suo jet personale.

Nel film, il bambino protagonista tenta di fare colpo sulla hostess raccontandole che la madre fa l’attrice ed è attesa da Paul Newman. La madre – personaggio costruito su un misto tra la figura reale e quella della sorella di Travolta – flirta con un passeggero a bordo. “Sono loro che hanno permesso di trasformare i miei sogni in realtà”, ha detto. Nell’ultima sequenza, è Travolta adulto – nei panni del pilota – a dare la mano al bambino che lo ha impersonato. Il sogno infantile si chiude su se stesso.

Una dedica, un dolore, un cerchio

Il film porta una dedica: alla moglie Kelly Preston e al figlio Jett, morto nel 2009 a diciassette anni. Il nome del figlio – Jett – rimanda con crudele ironia alla stessa passione che il padre ha messo al centro della propria vita e ora della propria opera. Travolta convive con quel dolore senza esibirlo. Il film non lo nomina direttamente, ma lo porta con sé.

“La mia vita per l’ottantacinque per cento è fatta di cinema”, ha detto durante la proiezione, guardando scorrere le clip della sua carriera. “Queste immagini sono per me piene di ricordi e di emozioni”. Poi, quasi sorpreso da se stesso: “Non mi aspettavo che venissi preso a Cannes. I film che hanno vinto qui sono sempre stati i miei preferiti”.