Il monito di Draghi ai leader europei: senza coraggio federale il continente resterà ostaggio degli altri
Nel giorno dell’Ascensione, nella città della Cappella Palatina, l’ex presidente della Bce ha ricevuto il riconoscimento simbolo dell’integrazione europea e ha usato il palco per indicare l’unica via percorribile: più Europa, non meno, mentre Trump e Xi Jinping ridisegnano il mondo
Mario Draghi
Ad Aquisgrana, dove Carlo Magno unificò l’Occidente medievale, Mario Draghi ha consegnato all’Europa contemporanea la sua diagnosi più netta: il vecchio ordine atlantico è finito, e il continente non ha ancora gli strumenti per stare in piedi da solo.
Il giorno dell’Ascensione, nella città della Cappella Palatina, l’ex presidente della Bce ha ritirato il Premio Carlo Magno davanti a un’Europa in miniatura – Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Kyriakos Mitsotakis, Christine Lagarde – e ha trasformato la cerimonia in un atto politico. “Per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli, insieme”, ha scandito Draghi.
Una frase che, nelle ore in cui veniva pronunciata, trovava immediata conferma nei fatti: a migliaia di chilometri di distanza Donald Trump e Xi Jinping sigillano un nuovo bipolarismo, mentre il Pentagono annuncia la sospensione del dispiegamento in Europa di circa quattromila militari americani.
Il partner diventato imprevedibile
La diagnosi di Draghi parte da un presupposto che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato impensabile. Gli Stati Uniti, per come li conosceva il continente, non esistono più. E la risposta europea – quella della negoziazione, del compromesso, della pazienza diplomatica – non ha funzionato.
“Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile”, ha detto l’ex premier, indicando che l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere “in modo più assertivo” per riportare la partnership transatlantica “su basi più eque”. Una frecciata trasparente a von der Leyen e Merz, seduti in platea, con la loro strategia di diversificazione commerciale che Draghi giudica insufficiente. Porterà, nella migliore delle ipotesi, lo 0,5% di Pil in più. Troppo poco, troppo lento. “Se l’apertura rimane la nostra unica risposta”, ha aggiunto, “diventa l’assenza di una decisione”.
Gap tecnologico e mercato unico incompiuto
Il quadro tracciato da Draghi è quello di un’Europa che paga anni di colpevoli ritardi. Il gap tecnologico rischia di lasciarla definitivamente indietro rispetto alle potenze del XXI secolo. Il mercato unico, incompiuto, non ha ancora dispiegato tutta la sua forza. La dipendenza strategica è cresciuta, l’esposizione alla domanda estera è eccessiva. L’agenda di Bruxelles, nella lettura dell’ex premier italiano, non è all’altezza.
La ricetta che propone è diversa: mercato unico e rafforzamento della politica industriale devono “correre assieme, rafforzandosi a vicenda”. Il Made in Europe non deve riguardare solo la produzione, ma innanzitutto la domanda interna. E sui paesi cosiddetti Frugali – quelli che storicamente frenano ogni progetto di debito comune – Draghi non usa diplomazia: “laddove ci troviamo di fronte a sfide veramente comuni, come l’energia e la difesa, dovremmo rimanere aperti a un indebitamento europeo comune”.
Difesa comune e clausola di mutua assistenza
La risposta all’America non passa solo dall’economia. Per Draghi, il nodo è anche militare. “Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio”, ha detto, indicando due strade: la formazione di coalizioni di Paesi che condividono minacce simili, oppure dare “sostanza” all’articolo 42.7 dei Trattati, la clausola di mutua difesa.
Una struttura di sicurezza complementare alla Nato, non sostitutiva, ma reale. Perché l’Europa possa agire “con coraggio”, però, deve superare il veto dell’unanimità. Serve quello che Draghi definisce “un federalismo pragmatico”: gruppi di Paesi liberi di andare avanti, senza attendere il consenso unanime. “Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perché è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali”.
Anche i partiti nazionalisti, ha osservato, “riconoscono ora che nessuna nazione europea può difendersi da sola”. All’uscita dal municipio, tra pioggia e vento, i volti erano sorridenti ma pensierosi. Per molti dei presenti, il compito di Draghi nell’Unione non si è ancora concluso.
