Auto elettriche e tecnologie verdi, la Cina accusa l’Europa: “L’Ue usa il commercio come barriera”
La portavoce del dicastero diplomatico cinese ha criticato le iniziative discusse nelle istituzioni comunitarie per contenere la pressione delle esportazioni asiatiche. Il confronto riguarda produzioni strategiche come accumulatori, pannelli fotovoltaici e lavorazioni industriali ad alta intensità energetica.
La Cina accusa l’Unione europea di trasformare il riequilibrio commerciale in una politica protezionistica. La reazione di Pechino arriva dopo le indiscrezioni sui piani della Commissione europea per rafforzare gli strumenti di difesa economica contro l’espansione delle esportazioni cinesi nei settori ritenuti più sensibili. Sul tavolo ci sarebbero quote alle importazioni, dazi e meccanismi di tutela per comparti come chimica, metalli e tecnologie legate alla transizione energetica.
A formalizzare la posizione cinese è stata Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri, durante la conferenza stampa quotidiana a Pechino. “La riduzione del rischio, la riduzione della dipendenza o il cosiddetto equilibrio commerciale, in realtà, sono tutti elementi di protezionismo”, ha dichiarato.
Secondo Mao, il commercio internazionale si fonda su rapporti volontari e reciproci. “Non esistono acquisti o vendite forzati”, ha affermato la portavoce, sostenendo che i rapporti economici tra Cina e Unione europea restano “di mutuo vantaggio”. Pechino respinge inoltre l’accusa di aver perseguito deliberatamente un surplus commerciale verso il mercato europeo.
Scontro sulle filiere strategiche
La tensione si concentra sui comparti industriali che Bruxelles considera esposti alla sovracapacità produttiva cinese. Da mesi la Commissione europea analizza gli effetti delle politiche di sostegno adottate da Pechino in settori come veicoli elettrici, batterie, pannelli solari e chimica industriale. Secondo le istituzioni europee, il sistema di sussidi pubblici cinesi altererebbe le condizioni di concorrenza e comprimerebbe la capacità competitiva dell’industria continentale.
L’Unione europea teme soprattutto l’impatto delle esportazioni a basso costo in una fase di rallentamento della domanda interna cinese. La combinazione tra produzione in eccesso e prezzi ridotti viene considerata da Bruxelles un rischio per la tenuta di intere filiere europee, già sotto pressione per l’aumento dei costi energetici e per la concorrenza globale.
Pechino contesta questa lettura. Mao Ning sostiene che l’analisi europea ignori elementi centrali della relazione economica tra le due aree. La portavoce ha spiegato che limitarsi ai dati sul commercio di beni, senza considerare servizi, investimenti e distribuzione dei profitti, porterebbe a una “conclusione parziale” sugli squilibri commerciali.
Il nodo delle contromisure
La replica cinese contiene anche un avvertimento politico. Pechino segue con attenzione l’evoluzione delle misure europee e valuta possibili risposte qualora Bruxelles introducesse nuove restrizioni commerciali. “La Cina segue da vicino le mosse europee e adotterà le misure necessarie per salvaguardare i propri diritti e interessi legittimi”, ha dichiarato Mao.
La portavoce del ministero degli Esteri ha inoltre sostenuto che eventuali barriere commerciali avrebbero effetti negativi anche sull’economia europea. Secondo Pechino, limitare l’accesso dei prodotti cinesi aumenterebbe i costi per le imprese continentali, ridurrebbe la competitività industriale e produrrebbe ricadute dirette sui consumatori.
Il confronto si inserisce in un progressivo irrigidimento dei rapporti tra Bruxelles e Pechino. Negli ultimi mesi l’Unione europea ha ampliato gli strumenti di difesa commerciale, avviando indagini anti-sussidi e rafforzando il controllo sugli investimenti esteri in settori strategici. La Cina interpreta questa linea come un arretramento rispetto ai principi del libero commercio che hanno regolato per anni le relazioni economiche tra le due potenze.
Per Bruxelles, invece, la questione non riguarda soltanto il deficit commerciale, ma anche la sicurezza industriale e la dipendenza tecnologica da un unico grande fornitore globale. Una strategia che la Commissione definisce di “de-risking”, riduzione del rischio, e che Pechino continua a leggere come una nuova forma di protezionismo economico.
