Le rotte commerciali della Roma repubblicana riaffiorano dai fondali di Lampedusa, riemersi 52 manufatti
I fondali di Lampedusa hanno restituito cinquantadue reperti archeologici riconducibili a un arco cronologico compreso tra la tarda età repubblicana romana e l’epoca tardoantica. Il recupero è il risultato di un’operazione congiunta tra la Soprintendenza del mare della Regione Siciliana e i nuclei specializzati dei carabinieri.
L’intervento ha visto la collaborazione del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo, dei carabinieri Subacquei di Messina e della Motovedetta locale. L’azione sinergica ha azzerato i margini di manovra per i predatori del patrimonio sommerso, mettendo in sicurezza un patrimonio documentario di rilievo per la ricostruzione dei traffici marittimi storici nel Canale di Sicilia. L’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato, ha sottolineato l’importanza della cooperazione istituzionale per preservare e valorizzare le testimonianze storiche custodite nei fondali, restituendole alla fruizione pubblica e allo studio scientifico.

Il censimento a cala Guitgia
La prima area di intervento ha riguardato il tratto di mare antistante cala Guitgia, a una distanza compresa tra cento e duecento metri dalla linea di costa. In questo bacino, caratterizzato da profondità ridotte variabili tra i tre e i sei metri, lo strato sabbioso instabile esponeva i manufatti al rischio di prelievi clandestini. I subacquei hanno catalogato e rimosso quarantaquattro reperti.
Tra questi figurano due anfore da trasporto parzialmente conservate, oltre a numerosi frammenti di colli, anse e puntali. Di particolare interesse tecnico si è rivelato un manufatto in piombo, verosimilmente impiegato come peso da rete o come elemento ponderale connesso alle manovre di recupero delle ancore. La concentrazione dei materiali in uno spazio limitato solleva interrogativi sulla natura del deposito, ipotizzabile sia come area di scarico di alleggerimento sia come evidenza di un naufragio avvenuto sotto costa.
I ritrovamenti della Madonnina
Un secondo raggruppamento di reperti è stato individuato e messo in sicurezza nei pressi della banchina del molo della Madonnina. La distanza dalla struttura portuale varia tra i dieci e i cinquanta metri, con una batimetria più pronunciata che si attesta tra gli otto e i dieci metri di profondità. Questa seconda ricognizione ha permesso il recupero di otto pezzi archeologici.

Il nucleo è composto da tre anfore frammentarie, un elemento pertinente al puntale di un’anfora da trasporto, frammenti ceramici di uso comune e una contromarra in piombo. La presenza di componenti strutturali di ancore e di contenitori da trasporto in prossimità dell’approdo moderno conferma la continuità d’uso del sito portuale. Lampedusa emerge nuovamente come snodo d’obbligo e rifugio strategico lungo le rotte che collegavano le coste nordafricane ai grandi mercati della penisola italica.

Le possibili strutture sommerse
Le indagini subacquee non si sono limitate al recupero dei manufatti superficiali. Durante le operazioni di scavo e rilevamento sono emerse, sotto lo strato di sedimentazione sabbiosa, tracce strutturali che potrebbero appartenere a relitti sommersi. La Soprintendenza del mare ha già avviato le procedure per estendere i sondaggi e verificare l’estensione dei giacimenti archeologici.
Tutti gli oggetti recuperati si trovano ora nei laboratori dell’autorità di tutela per le fasi di pulizia, catalogazione e restauro conservativo,. L’analisi dei corpi ceramici e delle matrici d’argilla consentirà di definire con esattezza i centri di produzione dei contenitori, offrendo nuovi dati quantitativi sull’intensità degli scambi nel Mediterraneo antico. Le indagini future dovranno stabilire se i reperti isolati siano il relitto di carichi dispersi o l’indicatore di uno scalo commerciale stabile.
