Il Parco di Pompei ricostruisce in bronzo il Canone di Policleto e riapre l’annosa controversia sul Doriforo
Un’analisi filologica internazionale e il recupero delle matrici Chiurazzi svelano un’opera policroma dotata di giavellotto, distinguendola dalla statua attribuita al maestro greco e stimolando una nuova produzione artigianale.
Il Parco Archeologico di Pompei ha presentato la ricostruzione scientifica in bronzo del Canone di Policleto, un’operazione condotta con tecniche di fusione a cera persa che riscrive l’iconografia dell’opera classica e avvia il recupero produttivo delle storiche matrici dell’ex Fonderia Chiurazzi.
L’evento ha visto la partecipazione del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, del Direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, e del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torre Annunziata, Nunzio Fragliasso. L’iniziativa concretizza l’esercizio del diritto di prelazione statale con cui la collezione Chiurazzi è stata sottratta al rischio di esportazione definitiva all’estero.
Policromia e giavellotto per l’opera
La nuova modellazione rifiuta la tradizionale storiografia visiva che attribuiva alla scultura una patina monocroma incompleta. I rilievi condotti da un’équipe internazionale di studiosi italiani, greci e tedeschi hanno confermato la presenza originaria di marcate policromie su incarnati, labbra e capigliatura, destinate a rendere un effetto di aderenza naturale.

L’elemento di maggiore rottura riguarda l’attributo bellico impugnato dalla figura statuaria. Gli esami iconografici indicano che l’atleta reggeva un giavellotto (akontion) e non una lancia (dory), scindendo sul piano filologico il Canone dal celebre Doriforo, tradizionalmente fusi in un’unica opera sia nelle citazioni divulgative sia nei manuali scolastici.
Matrici napoletane e ricerca scientifica
La testa della scultura è stata modellata sul busto bronzeo di Ercolano proveniente dalla Villa dei Papiri, mentre per il tronco la scelta è caduta sul marmo rinvenuto nel 1793 nella Palestra Sannitica di Pompei, considerato la copia più fedele tra le oltre cinquanta giunte dall’età romana. Il giavellotto è stato ricreato mediante l’impiego combinato di legno, cuoio e inserti metallici.
L’operazione riprende e aggiorna l’esperimento condotto in Germania tra il 1910 e il 1912, integrando un secolo di indagini archeometriche. “Siamo di fronte alla ricostruzione scientifica di una delle più celebri opere d’arte di tutti i tempi, il cui significato supera la dimensione estetica e racchiude un valore filologico, artistico e culturale”, ha dichiarato il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. “Sostenendo progetti come questo il Ministero continuerà a svolgere il proprio dovere. La cultura è diplomazia, ricerca, formazione, identità plurale, dialogo e forza creatrice di armonie”.
Riapertura del fascicolo sul Doriforo
Lo studio del contesto vesuviano ha riaperto il dibattito legale e diplomatico sulla dispersione dei reperti archeologici. L’attenzione delle istituzioni si focalizza sul cosiddetto Doriforo di Stabia, riaffiorato negli anni Settanta a Castellammare di Stabia e attualmente esposto al Minneapolis Institute of Art, negli Stati Uniti.
La presenza al tavolo del Procuratore Nunzio Fragliasso conferma la ripresa delle indagini giudiziarie destinate a ricostruire la catena di passaggi illeciti che ha portato all’esportazione della statua campana. “Senza i contesti, vale a dire le case e gli spazi pubblici che ospitavano le statue, non comprendiamo il fenomeno delle copie”, ha evidenziato il direttore Gabriel Zuchtriegel, richiamando l’importanza scientifica delle aree di scavo per la rivendicazione della proprietà statale dei beni.
Sviluppo industriale e calchi in gesso
Il piano di tutela del Parco prevede la riattivazione commerciale delle matrici dell’ex Fonderia Chiurazzi attraverso tirature limitate e controllate. La decisione nasce dalla necessità tecnica di preservare i gessi storici, soggetti a un progressivo decadimento strutturale e alla polverizzazione in caso di inattività prolungata.
Il progetto punta a coinvolgere le maestranze locali che conservano la tecnica di fusione a cera persa, risalente al V secolo a.C., creando una filiera che unisce salvaguardia d’arte e indotto economico. “C’è chi considera il mondo classico un bagaglio morto che può tranquillamente essere abbandonato”, ha ribadito Zuchtriegel. “Noi invece siamo convinti che il classico è vivo e può generare crescita, non solo culturale, ma anche economica e sociale”.
I dettagli scientifici del progetto sono stati pubblicati sull’e-journal ufficiale del Parco Archeologico. La divulgazione della nuova interpretazione del Canone proseguirà sui canali televisivi nazionali domenica 9 agosto, all’interno del programma “Noos” condotto da Alberto Angela su Rai1.
