Bimbo ucciso a Napoli, il racconto choc: l’ho lasciato cadere

Bimbo ucciso a Napoli, il racconto choc: l’ho lasciato cadere
Mariano Cannio
21 settembre 2021

“L’ho lasciato cadere”, “ho avuto un capogiro”, “poi sono andato a mangiare una pizza”: sono alcuni dei passaggi del racconto che Mariano Cannio, 38 anni, fa durante l’interrogatorio, agli investigatori e davanti al pubblico ministero, ricostruendo cosa è accaduto al piccolo Samuele, 4 anni, morto dopo essere precipitato in strada, in via Foria, dal terzo piano di casa sua, a Napoli, la mattina dello scorso 17 settembre. Il giudice per le indagini preliminari Valentina Gallo, ha convalidato il fermo, per omicidio volontario, e nell’ordinanza di convalida gli stralci dell’interrogatorio choc rilasciato dall’uomo, che faceva saltuariamente le pulizie nella casa, al centro di Napoli, della famiglia di Samuele e che aveva nascosto, come rivela lui stesso, la diagnosi di schizofrenia e di essere in cura in un centro di igiene mentale.

L’uomo racconta che intorno alle 9.15 era in casa della famiglia, una casa a due piani. C’era solo la mamma con Samuele, il marito era andato a lavoro. Ha iniziato a pulire il bagno, poi la cucina. E mentre era in cucina, la madre di Samuele va in bagno e il piccolo entra, cerca delle merendine. Lui lo aiuta. “Rispondere alle domande in ordine a quello che è successo mi fa venire in mente tutto quello che è accaduto e provo una brutta sensazione” – dice a verbale, con la presenza dell’avvocato di ufficio – “quando ho preso in braccio Samuele mi trovavo dentro casa ed ero vicino al mobile cucina. Mentre avevo in braccio Samuele gli ho parlato e lui mi ha detto che dopo sarebbe andato a giocare a calcio e io gli ho raccomandato di fare goal”. “Dopo poco tempo – continua – sono uscito fuori al balcone, avendo sempre il piccolo in braccio, e appena uscito in prossimità della ringhiera ho avuto un capogiro”.

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“Mi sono affacciato dal balcone mentre avevo il bambino in braccio perché – spiega – udivo delle voci provenire da sotto, a questo punto lasciavo cadere il bambino di sotto. L’ho fatto perché in quel momento ho avuto un capogiro. Dopo che ho fatto cadere Samuele non mi sono nemmeno affacciato perché ho avuto paura. Infatti mi sentivo in colpa per quello che era accaduto essendo consapevole di esserne la causa. Appena ho udito le urla provenire da sotto sono scappato e mi sono diretto nel vicino quartiere Sanità, dove ho mangiato una pizza. Infatti avevo una fame nervosa scaturita dalla paura”. Dopo aver mangiato la pizza, torna a casa, si mette sul letto a riposare – racconta ancora il domestico come si legge nell’ordinanza – poi scende nuovamente in via Duomo in un bar dove prende un cappuccino e un cornetto. Rientra di nuovo a casa, dove lo trovano i poliziotti. Quando gli agenti hanno bussato la prima volta a casa sua – ricostruisce l’ordinanza di convalida – l’uomo ha fatto finta di non esserci, non ha risposto. Poi gli agenti hanno usato un picciolo stratagemma: hanno infilato una busta con la bolletta della luce sotto la porta, e qualcuno l’ha sfilata e tirata all’interno. Così hanno bussato insistentemente fino a che il 38enne non ha aperto.

Durante l’interrogatorio ha raccontato anche che era la prima volta che prendeva in braccio il piccolo, dice di averci parlato per circa 15 minuti, prima che tutto accadesse. Ed è lui stesso che rivela di essere in cura in un centro di igiene mentale, dove i medici gli hanno diagnosticato una schizofrenia e specifica le medicine che ha preso. Circostanze queste che – dice – non ha mai riferito alla famiglia di Samuele. Durante l’interrogatorio di convalida davanti al gip, invece, il domestico non ha detto nulla, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il gip che convalida il fermo non ha dubbi sul pericolo di figa, visto il comportamento successivo, sulla pericolosità, né sui gravi indizi di colpevolezza, e neanche sulla volontarietà del gesto, confermando l’imputazione per omicidio volontario, ma per il magistrato resta ancora da chiarire: “Il movente del gesto – annota – di estrema gravità, non può dirsi allo stato pienamente accertato. Sul punto si è limitato a riferire agli investigatori di aver preso il bimbo e di averlo ‘lasciato cadere’ sporgendosi oltre la ringhiera, in quanto aveva avuto un ‘capogiro’. Né l’indagato nel corso dell’interrogatorio odierno, avvalendosi della facoltà di non rispondere, ha fornito ulteriori elementi utili alla ricostruzione della vicenda”.

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Quindi “sulla scorta degli elementi a disposizione e ferma la necessità di compiere ulteriori approfondimenti investigativi”, il giudice ravvisa “gravi indizi di colpevolezza per il delitto di omicidio volontario”, respingendo la tesi della difesa di omicidio colposo. Non convince la giustificazione del “capogiro”: “La circostanza del capogiro peraltro non dichiarata in prima battuta nel corso delle sommarie informazioni”, per il gip “non appare allo stato credibile, non reputandosi verosimile che l’indagato avesse avvertito un malore, di tale intensità, della durata circoscritta all’istante in cui lasciava la presa del bimbo che aveva in braccio, facendolo precipitare nel vuoto ed essendosi dimostrato invece, totalmente cosciente nei momenti immediatamente precedenti e in quelli successivi al gesto, momenti che l’indagato ha descritto infatti con grande precisione”. Anzi, “la ricostruzione complessiva della vicenda, depone piuttosto conclusivamente e allo stato nel senso della volontarietà dell’azione posta in essere”.

Per il giudice l’indagato è una persona di “spiccata pericolosità”, il fatto commesso “estremamente grave e allarmante così come la personalità” dell’uomo. Le patologie psichiatriche riferite dall’indagato, e in base anche alla documentazione medica depositata – che accerta una sintomatologia psichiatrica per cui era in cura – al momento non inficiano le conclusioni del magistrato “non evincendosi dagli atti, in assenza di ulteriori indicazioni che l’indagato sia persona incapace di intendere e di volere ed essendo piuttosto emerso dagli elementi a disposizione che abbia tenuto nel periodo antecedente ai fatti, un comportamento all’apparenza normale, tanto da superare il vaglio della famiglia”. Il giudice dispone comunque un accertamento tecnico e, convalidando il fermo, indica il trasferimento in carcere nella sezione speciale per infermi e minorati psichici.

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