Il Partito Democratito in crisi d’identità e cresce la voglia di “andare oltre”

Il Partito Democratito in crisi d’identità e cresce la voglia di “andare oltre”
Stefano Bonaccini
27 settembre 2022

Lo ripetono tutti nel Pd, non dovrà essere un congresso ordinario e tutto lascia pensare che non lo sarà. In ballo, stavolta, non c’è solo la sfida per la segreteria, di fatto è il Pd stesso ad essere in discussione e ormai sono in tanti a dirlo apertamente: il vero nodo è l’identità di un partito, strattonato da un lato da Giuseppe Conte versione-Melenchon e dall’altro dai centristi di Carlo Calenda e Matteo Renzi che guardano a Macron. Il rischio che vedono Enrico Letta e i suoi è proprio di un Pd assediato come il Ps francese. La corsa al congresso sarà condizionata soprattutto da questa discussione, e lo dimostrano già oggi le uscite di esponenti come Goffredo Bettini, che teorizza un “partito del conflitto democratico” (e lo fa sul Fatto quotidiano), e come Andrea Orlando, che ad Huffington post dice che “serve una grande costituente” per andare probabilmente “oltre il Pd”. Stessa tesi, peraltro, di Pier Luigi Bersani, che è ancora fuori dal Pd anche se la sua Articolo 1 si è alleata con i democratici alle elezioni.

La prima sfida di Stefano Bonaccini, che già può contare sul sostegno dell’area di Lorenzo Guerini, sarà proprio quella di ottenere un sostegno anche a sinistra, di cancellare l’immagine dell'”ex renziano” che sta agitando molte delle correnti del partito. Forse anche per questo il presidente dell’Emilia Romagna, che potrebbe avere Simona Bonafè in ticket per la corsa alla segreteria, ha già mandato segnali di apertura a M5s. Ma, appunto, la sua candidatura non piace alla sinistra Pd, che pure è ormai articolata in tante anime. Orlando, come detto, chiede una fase “rifondativa”, chiede un partito che parli “ai più deboli”. Il problema è capire cosa significhi la declinazione di questo principio. Cesare Damiano, per esempio, è chiaro: “Dobbiamo andare oltre il Pd, l’esperimento non ha funzionato. Bisogna ricostruire su nuove basi l’unità di questo partito. Serve un profilo identitario, di riformismo radicale che guarda all’insediamento popolare del nostro paese”. E per arrivare ai numeri sufficienti per governare “ci sono anche le alleanze, serve la capacità di costruire alleanze con le forze non riconducibili al campo del centrodestra. Ma un conto è allearsi avendo un’identità, un conto è isolarsi senza avere un’identità”.

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Il contrario di quello che pensa, per esempio, Enrico Borghi: “Il Pd nasce con l’ambizione di essere il partito di sintesi di tutti i riformismi italiani, rifuggendo antiche nostalgie o terzismi”. Certo, dice anche lui, un problema di identità esiste: “In questi ultimi 10 anni siamo andati al governo all’insegna dell’emergenza, siamo stati la protezione civile della Repubblica. Questo ha scolorato il nostro tratto identitario. La gente non capisce cosa siamo”. Ma, aggiunge, questo non vuol dire fare del Pd un partito che guarda solo a sinistra. “Dobbiamo essere consapevoli che è in atto una lotta per l’egemonia. Il Pd al 19% ha impedito per ora il disegno di D’Alema e Renzi, altrimenti oggi avremmo un M5s che sovrasta il Pd e il terzo polo a due cifre. Sarebbe stata la fine del Pd. Sarebbe la vittoria della strategia di D’Alema di rifare una ‘gauche plurielle’ e del ‘macronismo’ dall’altro”. D’altro canto, un esponente di Articolo 1, poi, senza mezzi termini definisce il Pd ormai una “bad company, eppure continuano a guardarsi l’ombelico”. Mentre qualcuno da Base riformista già avverte: “Bonaccini è l’unico candidato credibile, Elly Schlein farebbe esplodere il partito, molti di noi non ci starebbero”.

La Schlein è in effetti il nome su cui punta una parte della sinistra Pd – ma non Orlando – per provare a fermare Bonaccini. Appunto, una candidata che sposterebbe decisamente l’asse a sinistra e verso M5s e che potrebbe aprire una frattura con l’ala più moderata del partito. Letta si tiene lontano da questa discussione, ma certo non vuole un congresso in cui si parli di Giuseppe Conte: un dibattito centrato sul leader M5s – con cui la rottura è vera e probabilmente irrimediabile – sarebbe uno sfregio alla storia del Pd per il segretario. E’ di queste ore poi la candidatura di Paola De Micheli che, assicurano al Nazareno, “non è riconducibile a Letta in alcun modo”. Il punto è che le candidature rischiano di moltiplicarsi, i nomi che circolano sono tanti – compresi gli stessi Orlando e Provenzano – senza contare il sindaco di Bari Antonio Decaro, il sindaco di Pesaro Matteo Ricci. Una corsa che – dice più di uno – potrebbe anche portare a un risultato paradossale: “Se si candidano in dieci alla fine andremo tutti da Letta a chiedergli di restare… Così non avrebbe senso fare un congresso”. Perché, appunto, al di là del nome del nuovo segretario è l’identità del Pd che è in gioco.

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