Le canzoni dimenticate diventano il centro del nuovo percorso di De Gregori
Francesco De Gregori
Non un ritorno celebrativo, ma una deviazione consapevole dentro il proprio repertorio. Francesco De Gregori presenta “Nevergreen (Perfette sconosciute)”, progetto nato dalla residenza tenuta due anni fa al Teatro Out Off di Milano e oggi sviluppato in più direzioni: un docufilm, un album dal vivo, nuove residenze e altri concerti. Al centro ci sono le canzoni meno conosciute, quelle rimaste fuori dal circuito della notorietà pur attraversando oltre mezzo secolo di produzione musicale.
Per De Gregori il termine “Nevergreen” definisce proprio questo spazio laterale: “Le canzoni che non sono mai diventate famose e che forse mai diventeranno famose”. Una scelta che sposta l’attenzione dai classici alle opere marginali, recuperando una dimensione più intima e meno codificata del suo lavoro.
Il rapporto con la scrittura
Il progetto arriva in una fase diversa della sua carriera. De Gregori ammette apertamente di non avvertire più la stessa urgenza creativa che aveva accompagnato gli anni della produzione più intensa. “Saranno circa dieci anni che non sento più l’ispirazione ribollire dentro di me”, spiega. Nessuna drammatizzazione, però. Il rapporto con la scrittura resta tecnico prima ancora che emotivo: “Sono in grado di scrivere una canzone anche in un pomeriggio se ho l’ispirazione”.
La mancanza di nuovi brani non coincide con l’idea di un ritiro. Il palco continua a essere il centro della sua attività. “Io posso continuare a fare concerti finché mi va di fare concerti anche se non scrivo canzoni”, dice, ricordando la vastità del repertorio accumulato in cinquant’anni. Per De Gregori il mestiere dell’artista non prevede una pensione formale. L’uscita di scena dipende solo da due possibilità: la stanchezza personale oppure quella del pubblico. “Quando succederà una di queste due cose non mi vedrete più”, afferma, escludendo però qualsiasi commiato solenne: “Semplicemente sparirò”.
Scelte fuori asse
Negli anni De Gregori ha costruito un percorso spesso distante dalle traiettorie più prevedibili del mainstream italiano. Lo dimostra anche la collaborazione con Checco Zalone, culminata in un disco e in due concerti condivisi. Una scelta che lui stesso definisce parte delle proprie “stramberie”.
“Chi si aspetta De Gregori quello serio che fa canzoni come Generale”, osserva, “poi magari non può immaginarsi che faccia un disco con Checco Zalone”. Una linea di comportamento coerente con la sua storia artistica, sempre poco incline alle definizioni rigide e alle appartenenze stilistiche troppo riconoscibili.
Nel corso dell’incontro torna anche il tema della guerra, presente in molte delle sue composizioni più note. De Gregori respinge l’idea di avere previsto il presente, ma riconosce la continuità storica dei conflitti e delle ingiustizie raccontate nelle sue canzoni. “Non c’era bisogno di prevederlo, bastava guardarsi intorno”, spiega, ricordando che il mondo era già attraversato da massacri e tensioni ben oltre i confini europei.
Il rifiuto dell’Ariston
Tra le scelte rimaste immutate nel tempo c’è anche quella di non partecipare al Festival di Sanremo. De Gregori lega quel rifiuto a un episodio preciso della storia della canzone italiana: la vicenda di Luigi Tenco. “Da giovane aspirante cantautore ho visto quello che è successo a Tenco e ho promesso a me stesso che non ci sarei mai andato”.
Una posizione mantenuta negli anni senza ripensamenti, coerente con una carriera costruita spesso ai margini delle logiche più tradizionali dell’industria musicale. Anche “Nevergreen” si muove dentro quella stessa traiettoria: riportare al centro ciò che, per definizione, è rimasto fuori.
