Lo scontro Meloni-Trump non deve ricadere sull’Italia: la premier separa i binari e mobilita il governo per il 4 luglio

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni ha scelto il Consiglio dei ministri per comunicare ai suoi una distinzione politica che considera non negoziabile: lo scontro personale con Donald Trump non deve tradursi in una rottura istituzionale tra Italia e Stati Uniti. La formula che ha usato è diretta: “Lo scambio tra me e Trump non deve impactare sui rapporti del governo con gli Stati Uniti”. La sede e il momento non sono casuali. La riunione di questo pomeriggio – definita dallo stesso Palazzo Chigi come breve – è servita anche a trasmettere un mandato operativo ai ministri: essere presenti al ricevimento che l’ambasciata americana terrà a Villa Taverna il 2 luglio per celebrare il Giorno dell’Indipendenza.

La premier stessa, salvo cambi di programma dell’ultima ora, non parteciperà. Nella stessa giornata potrebbe essere al congresso della Uil a Padova. Ma l’assenza fisica non cancella il valore politico del gesto: Meloni vuole che il governo compaia in forze alla residenza dell’ambasciatore Fertitta, definito dalla stessa presidente “estremamente disponibile e professionale nei nostri confronti”. Un giudizio che vale anche come riconoscimento pubblico in un momento in cui il canale diplomatico con Washington rischia di essere intasato dalle tensioni al vertice.

Il doppio binario della premier

La strategia che emerge dalla giornata si regge su una distinzione formale, ma politicamente complessa da sostenere. Da un lato la “questione personale” tra Meloni e Trump: un conflitto esploso in pubblica piazza dopo l’intervista del presidente americano a La7, che ha cancellato in poche ore la narrativa del disgelo costruita attorno al G7 di Evian. Dall’altro la necessità di non disperdere decenni di relazioni consolidate tra Roma e Washington, relazioni che trascendono la contingenza di un rapporto bilaterale tra due leader.

La premier ha deciso di non replicare più alle sortite di Trump. La scelta vale anche per l’attacco odierno del presidente americano, l’ennesimo episodio di una sequenza di botta e risposta che ha occupato le prime pagine degli ultimi giorni. Il silenzio istituzionale è la risposta pubblica. Sul piano interno, invece, la strategia è diversa: mobilitare il governo come segnale di continuità diplomatica, usare Villa Taverna come palcoscenico per una normalizzazione che nei comunicati ufficiali non sarebbe altrettanto leggibile.

Ai piani alti di via della Scrofa, la sede di Fratelli d’Italia, il ragionamento che circola è esplicito: “Dal punto di vista elettorale probabilmente questo scontro ci avvantaggia, ma il bene primario deve essere un altro”. Una valutazione che rivela la consapevolezza interna del paradosso politico in cui si trova il governo: la rottura con Trump può rafforzare il profilo sovranista della premier agli occhi dell’opinione pubblica italiana, ma espone il Paese a costi diplomatici ed economici difficili da quantificare e ancor più difficili da spiegare all’elettorato.

L’errore di Miami e i suoi effetti

La decisione di annullare il viaggio del ministro degli Esteri Antonio Tajani a Miami – e con esso il business forum che avrebbe dovuto ospitare una folta delegazione di imprenditori italiani già mobilitati – ha rappresentato il punto di svolta nella riflessione interna al governo. Lo strappo era stato visibile, concreto, e aveva prodotto danni immediati: non solo diplomatici, ma operativi, con aziende e operatori economici che avevano già organizzato la propria partecipazione all’evento.

Quella scelta ha convinto Meloni della necessità di non moltiplicare le rotture plateali. Il ragionamento, nelle ore successive, si è fatto più pragmatico: fino a dove è sostenibile portare avanti una contrapposizione pubblica con il principale alleato atlantico dell’Italia, in un momento in cui il quadro geopolitico europeo – dall’Ucraina alla Nato, dai dazi alle tensioni commerciali – richiede canali aperti e interlocutori credibili a Washington?

Tajani ha già dato la sua risposta. In un’intervista al Corriere della Sera ha confermato che sarà a Villa Taverna il 2 luglio. Il ministro degli Esteri, che ha il compito istituzionale di gestire la rete diplomatica italiana, non ha esitato. Più cauto, almeno per il momento, il vice premier Matteo Salvini, che ha scelto una formula più sfumata: “La cosa che mi sta a cuore è lavorare per mantenere straordinari rapporti fra Italia e Stati Uniti”, ha detto, aggiungendo che “questo ovviamente non dipende dalla festa, chi c’è alla festa, chi non c’è alla festa”. Una distanza che non è necessariamente opposizione alla linea di Meloni, ma che segnala l’attenzione del leader della Lega a non consumare capitale politico in una partita che ritiene, almeno per ora, non sua.

La settimana europea sullo sfondo della crisi atlantica

Lo scontro con Trump non è destinato a rimanere sul tavolo della politica interna. La settimana che si apre porterà Meloni su due palcoscenici europei dove le implicazioni della crisi transatlantica saranno inevitabilmente presenti. Mercoledì la presidente del Consiglio parteciperà alla riunione convocata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz nel formato E5 – il gruppo che comprende Francia, Germania, Italia, Spagna e Gran Bretagna, quest’ultima rappresentata dal premier dimissionario Keir Starmer.

Al centro del tavolo ci sarà l’Ucraina, ma anche il prossimo vertice Nato di Ankara, dove il capitolo delle spese militari tornerà ad occupare la scena. È uno dei fronti su cui Trump ha recriminato con più insistenza nei confronti dei Paesi europei, e l’Italia – con un livello di spesa per la difesa ancora al di sotto della soglia del 2% del Pil concordata in sede Nato – è tra i Paesi più esposti alle pressioni di Washington. La frattura personale con Meloni non alleggerirà la posizione italiana nei negoziati; anzi, rischia di ridurne ulteriormente la capacità di interlocuzione con l’amministrazione americana proprio nelle settimane decisive per la definizione del quadro di sicurezza europeo.

Giovedì, invece, Meloni sarà ad Antibes per il vertice bilaterale Italia-Francia, dove incontrerà Emmanuel Macron. Il presidente francese ha gestito la propria relazione con Trump con un approccio diverso – formalmente più cauto sul piano delle dichiarazioni pubbliche, più attivo sul piano della costruzione di canali alternativi a livello europeo. Il confronto con Macron offrirà a Meloni un termine di paragone politico, ma anche la possibilità di coordinare la posizione italiana su Ucraina e difesa in vista del vertice di Ankara.

Le relazioni transatlantiche oltre i singoli leader

La vicenda restituisce in modo plastico la complessità strutturale dei rapporti tra governi e presidenze americane in un’epoca di personalizzazione estrema della politica estera. Il legame tra Italia e Stati Uniti si è storicamente costruito su basi istituzionali, militari ed economiche che trascendono i cicli elettorali e i rapporti personali tra i rispettivi capi di governo. La presenza delle basi militari americane sul territorio italiano – da Sigonella ad Aviano – il peso degli scambi commerciali bilaterali, la partecipazione italiana alle strutture di sicurezza atlantica: sono architetture che richiedono continuità e che mal sopportano le oscillazioni della politica di vertice.

È su questa consapevolezza che Meloni costruisce la sua linea: il doppio binario regge se riesce a convincere Washington che la frizione personale non contamina il quadro istituzionale. Il messaggio è diretto all’amministrazione americana nel suo complesso, non soltanto alla Casa Bianca. L’ambasciatore Fertitta – che la stessa premier ha definito “estremamente disponibile” – rappresenta in questo senso il canale privilegiato per comunicare la volontà italiana di mantenere la rotta, indipendentemente dagli scambi pubblici tra i due leader.

Il ricevimento del 2 luglio a Villa Taverna non è dunque soltanto un evento di protocollo. È il primo test visibile di una strategia che punta a separare i piani senza tuttavia negare l’evidenza: che la rottura tra Meloni e Trump esiste, che è pubblica, e che produce effetti sulla capacità del governo italiano di muoversi con piena efficacia nello scenario atlantico nei mesi a venire.