Sotto il mare di Lipari riemerge la storia: i siti dell’Età del Bronzo
Le indagini condotte a Pignataro di Fuori hanno individuato marcatori archeologici tra 20 e 42 metri di profondità. La loro posizione ha permesso ai ricercatori di ricostruire l’evoluzione della costa e di stimare i movimenti verticali dell’isola nel corso di quasi quattro millenni.
L’isola di Lipari si è abbassata in media di 7,9 millimetri l’anno negli ultimi 3.900 anni, contribuendo alla sommersione di insediamenti e testimonianze archeologiche lungo la costa. Lo rileva uno studio internazionale pubblicato su “Quaternary International”, che ha ricostruito l’evoluzione del paesaggio costiero dell’isola attraverso dati geodetici, rilievi del fondale e indagini archeologiche subacquee.
La ricerca, intitolata “3900 years of land subsidence at Lipari Island (Italy): new insights for Early Bronze Age submerged findings”, concentra l’attenzione sul settore sommerso di Pignataro di Fuori. Qui sono stati individuati marcatori archeologici riconducibili all’Età del Bronzo, oggi compresi tra 20 e 42 metri di profondità. La loro posizione ha consentito di ricostruire i cambiamenti intervenuti sul territorio in un arco di tempo che parte dalla Prima Età del Bronzo.
I dati ricostruiscono l’abbassamento
Il valore di 7,9 millimetri l’anno costituisce, secondo i ricercatori, la migliore approssimazione ricavabile dall’insieme degli indicatori analizzati. Il calcolo considera dati relativi a periodi differenti, compresi tra circa 100 e 3.900 anni fa, e consente di collegare la posizione attuale dei reperti alle trasformazioni verticali subite dall’isola.
Marco Anzidei, dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e primo autore dello studio, ha spiegato che per individuare le cause della sommersione è stato necessario combinare più discipline. “È stato condotto uno studio multidisciplinare attraverso misure geodetiche GNSS, rilievi batimetrici ad altissima risoluzione, rilievi sismici, indagini archeologiche subacquee, dati topografici storici e ricostruzione delle variazioni del livello del mare”, ha precisato.
L’analisi non attribuisce quindi la trasformazione della costa a un unico fenomeno. La posizione attuale dei siti è il risultato della combinazione tra l’aumento del livello marino, i movimenti verticali del terreno, l’erosione e le dinamiche geologiche e vulcaniche proprie di Lipari.
Il fondale conserva il paesaggio antico
I dati raccolti mostrano che il paesaggio costiero e quello oggi sommerso sono cambiati in modo significativo nel corso degli ultimi quattro millenni. Gli indicatori archeologici costituiscono in questo quadro strumenti di ricostruzione geologica: la loro profondità permette di stabilire quanto sia mutata la posizione relativa tra la terraferma e il livello del mare.
Anzidei ha precisato che il dato sulla subsidenza deriva dalla lettura congiunta degli indicatori disponibili. “Questo valore rappresenta la migliore approssimazione desumibile da tutti gli indicatori utilizzati”, ha affermato, collegando l’attuale collocazione dei reperti ai cambiamenti morfologici della fascia costiera.
La ricerca permette così di leggere Pignataro di Fuori non soltanto come un sito archeologico sommerso, ma come una testimonianza dell’evoluzione fisica delle Isole Eolie. La stratificazione delle evidenze consente di mettere in relazione la storia degli insediamenti con quella del territorio che li ospitava.
Una ricerca costruita tra archeologia e geofisica
Lo studio è stato realizzato da un gruppo internazionale che riunisce ricercatori dell’INGV, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, della Sapienza Università di Roma e dell’Università di Bologna. Al progetto hanno partecipato anche il LESIA-Observatoire de Paris, per la Francia, e la Radboud Radio Lab, per i Paesi Bassi.
Alla ricerca hanno collaborato gli archeologi della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e la Henry M. Jackson Foundation for the Advancement of Military Medicine degli Stati Uniti. La varietà delle competenze ha permesso di integrare rilevamenti del terreno e del fondale, dati strumentali e documentazione storica con le evidenze archeologiche.
Il metodo utilizzato è rilevante perché consente di superare la lettura isolata dei reperti. La profondità alla quale vengono ritrovati manufatti e strutture può essere interpretata insieme alle informazioni sui movimenti del suolo e sulle variazioni del livello marino, fornendo una ricostruzione più precisa dell’ambiente nel quale gli insediamenti si trovavano quando erano ancora sulla terraferma.
Le intuizioni di Sebastiano Tusa
La ricerca nasce dalle intuizioni di Sebastiano Tusa, archeologo, docente universitario e assessore ai Beni culturali della Regione Siciliana, morto nel 2019 nell’incidente aereo in Etiopia. Al suo lavoro viene dedicato lo studio, che prosegue sulla linea dell’integrazione tra archeologia subacquea e ricerca sulle trasformazioni del territorio.
Tusa aveva rivolto una parte significativa della propria attività allo studio delle testimonianze archeologiche sommerse. Nel caso di Lipari, l’approccio multidisciplinare ha permesso di trasformare la presenza dei reperti sul fondale in una fonte per la ricostruzione della storia geologica e costiera dell’isola.
L’indagine amplia inoltre il campo della ricerca archeologica subacquea. Pignataro di Fuori offre infatti un riferimento per individuare altri siti che potrebbero trovarsi oggi sotto il livello del mare, non soltanto nelle Eolie ma anche in altre aree costiere del Mediterraneo.
Nuove ricerche lungo le coste mediterranee
La principale prospettiva indicata dallo studio riguarda proprio la possibilità di estendere il metodo utilizzato a territori ancora poco investigati. La combinazione di geodesia, batimetria ad alta risoluzione, sismica, archeologia subacquea e dati storici può aiutare a localizzare altri insediamenti antichi oggi sommersi.
Il caso di Lipari mostra che la distribuzione attuale dei reperti non coincide necessariamente con quella del paesaggio nel quale furono costruiti o utilizzati. Per ricostruire gli insediamenti del passato occorre quindi considerare anche le trasformazioni successive del territorio.
Lo studio aggiunge così un elemento alla conoscenza dell’evoluzione delle Eolie e propone una metodologia applicabile ad altre coste del Mediterraneo. I fondali possono conservare una parte della storia degli insediamenti antichi che le trasformazioni geologiche e marine hanno sottratto alla superficie.
