Al Massimo La Traviata dei giovani, una Violetta “poco” drammatica

Ruth Iniesta
18 settembre 2019

E’ ormai usanza comune, nel mondo operistico d’oggi, vedere, ma forse è meglio dire ascoltare, un soprano di Coloratura fare il grande passo e vestire i panni di Traviata, al secolo verdiano Violetta Valery, o meglio ancora Marguerite Gautier o Alphonsine du Plessy, se vogliamo rifarci al romanzo di Alexandre Dumas figlio, e alla sua storia reale con la giovane prostituta morta a 25 anni di tisi. Ruolo che sul palcoscenico operistico un tempo era più d’appannaggio di soprani lirici, se non lirico spinti, questo perché Violetta è un personaggio che non si limita alle quasi funamboliche variazioni dell’Aria e Cabaletta del primo atto “E’ strano, è strano…”, ma richiede uno spessore e drammaticità vocali che vanno crescendo di atto in atto, culminando nei quasi parlati del finale. Nota è la leggenda che vorrebbe lo stesso Verdi dire che il ruolo della cortigiana d’alto bordo parigina necessitasse di ben tre soprani diversi, o almeno, diremmo adesso, un soprano drammatico con le “agilità”.

Ora, Ruth Iniesta, chiamata a debuttare il ruolo al Teatro Massimo di Palermo in questa ripresa settembrina della stagione 2019, soprano spagnola più che apprezzata in Puritani e Rigoletto sempre al Massimo, è sicuramente una interprete di valore che può contare su un registro acuto di ottimo spessore, sicura nelle agilità e nello squillo. Quello che però è mancato in questa sua Violetta, è lo spessore drammatico, quella forza, nel registro centrale/basso, ma anche soavità, specialmente nelle mezze voci, nei diminuendo, in quel fraseggio che serve a far sì che Violetta appaia, più che la calcolatrice cortigiana del primo atto, donna sensibile, di cuore, pronta a sacrificare se stessa per il suo amore, alla fine, divenendo da vittima, carnefice di quella società che la immola. La prova di Ruth Iniesta di venèrdì 13 sarebbe stata forse però diversa – avendo la cantante la sensibilità attoriale di base, come dimostrato nelle precedenti performance palermitane –  se sul podio e alla ripresa registica ci fossero più attenti artefici.

A dirigere l’opera verdiana è stato infatti chiamato il giovane direttore palermitano Alberto Maniaci, scelta magari un po’ azzardata, considerato che Traviata non è certo una partitura che può leggersi – se non interpretare – a suon di metronomo, il pericolo a questo punto è: quello di rendere opache frasi musicali che hanno invece necessità di illuminarsi acquistando il giusto significato drammatico e drammaturgico, ma anche di incappare nell’aborrito “zumpa pa” di Donnafugatesca memoria – e purtroppo non solo il Coro delle Zingarelle è stato testimone di ciò. Sul podio registico, Angelica Dettori, a riprendere la regia di Mario Pontiggia – con le scene e i costumi liberty di Francesco Zito e Antonella Conte, rischiarati dalle luci di Bruno Ciulli – anche lei impegnata più a far rispettare le posizioni sul palco che ad un aiuto più intriseco e intimo dei cantanti con i ruoli. Di questo infatti avrebbe avuto molto bisogno il giovane tenore Francesco Castoro, un Alfredo che, oltre a fare i conti con una tecnica vocale non sempre di supporto, in particolare sui fiati e nel fraseggio, doveva cercare di recitare ora l’amante estatico, ora il geloso tradito, ora il disperato uomo che vede morirsi la donna amata tra le braccia.

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Problemi questi che il baritono Simone del Savio, più a suo agio nel ruolo del padre di Alfredo, sia vocalmente che scenicamente. Buona la sua “Di Provenza…” e la Cabaletta, non facile. Completavano il cast Carlotta Vichi (Flora), Piera Bivona (Annina), Pietro Picone (Gastone), Lorenzo Grante (il barone Douphol), Alessio Verna (il marchese D’Obigny), Alessandro Abis (il dottor Grenvil), Francesco Polizzi e Pietro Luppina (Giuseppe), Antonio Barbagallo (Un domestico di Flora/un commissionario). Gaetano La Mantia e Monica Piazza erano il Matador e la Zingarella nella semplice ma funzionale coreografia di Giuseppe Bonanno ripresa da Alberto Montesso. Orchestra e Coro del Massimo – diretto dal neo arrivato Ciro Visco, che giunge al Massimo dopo l’esperienza all’Accademia Santa Cecilia di Roma – sempre ben amalgamati nel suono, anche se lasciati un po’ a briglia sciolta. Repliche sino al 27 di Settembre in alternanza con il Barbiere di Siviglia – che debutta venerdì 20 – e con un secondo cast:  il soprano palermitano Maria Francesca Mazzara che sarà Violetta il 27 settembre, mentre il baritono Badral Chuluunbatar, canterà Germont padre il 25 e il 27.

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