Centrodestra, niente spallata ma traversata nel deserto tra veleni e nodo leadership

Centrodestra, niente spallata ma traversata nel deserto tra veleni e nodo leadership
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini
22 settembre 2020

Silvio Berlusconi c’è gia passato nel 1996, ma chissà se ha voglia di dare qualche consiglio ai suoi giovani alleati. Per il momento, ha scelto di tacere e – con la incontestabile scusa dell’isolamento – ha lasciato che a mettere la faccia sul tracollo di Forza Italia fosse il solo Antonio Tajani. Il fatto è che adesso – sebbene Salvini e Meloni si dicano sicuri che il governo non durerà fino al 2023 – il progetto di spallata sembra sempre meno credibile, quella che si profila per il centrodestra è una nuova ‘traversata nel deserto’. Non saranno cinque anni, ma anche 30 mesi sono lunghi da far passare, soprattutto se la competizione interna tra Lega e Fdi impedisce a una coalizione, che pure si è presentata compattamente unita alle elezioni, di sedersi a tavolino e mettere in cantiere un concreto progetto comune di lunga durata che vada oltre la campagna elettorale permanente, parole d’ordine nuove.

I risultati delle elezioni, d’altra parte, dicono che l’unica a poter sorridere tra tutti è Giorgia Meloni, soprattutto grazie alla conquista delle Marche. Ma i veleni del giorno dopo tra alleati raccontano della diffidenza con cui si sono svolte campagne elettorali per lo più a compartimenti stagni: nel mirino c’è soprattutto il leader della Lega accusato di aver ballato da solo, di aver tentato di portare acqua unicamente al suo mulino se non addirittura di aver quasi ‘boicottato’ la vittoria di Raffaele Fitto in Puglia. Ed è anche per questo che il tema della leadership all’interno del centrodestra si pone persino al di là dei numeri. Salvini continua a ripetere che “se i voti contano gli elettori stanno dicendo chiaramente che la Lega è il primo partito e il Pd segue da parecchio lontano”, “poi se i giornali hanno un’idea diversa dalla matematica, io rispetto le opinioni di tutti”. Giorgia Meloni non nega che ci sia una sfida interna, ma la derubrica a normale dialettica politica.

“Chiaramente i partiti competono e ciascun leader di partito fa del suo meglio per far crescere la sua compagine, ma io ho spiegato cento volte che non mi interessa in alcun modo crescere a scapito dei miei alleati”. Ma a essere messa in discussione ora è soprattutto la capacità di Salvini di essere leader di tutta la coalizione e non del solo Carroccio. Dentro Forza Italia comincia a farsi risentire chi chiede di emanciparsi dalla deriva sovranista. Come Osvaldo Napoli: “Salvini e Meloni – è la sua analisi – hanno rastrellato voti soffiando sulle paure una volta dell’immigrazione, un’altra della crisi sociale ed economica. Ma soluzioni zero. Una coalizione vince e governa se riesce a trasmettere al Paese messaggi solidi, fatti di speranza, di consapevolezza e di tranquillità. E se smette di fare campagna elettorale a colazione, pranzo e cena”. A sollevare il tema, magari in maniera più amichevole e meno critica, è anche il neo rieletto governatore della Liguria, Giovanni Toti.

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“La Lega oggi – è il suo suggerimento – ha onori ed oneri per ridisegnare il centrodestra, come per 20 anni ha fatto Silvio Berlusconi”, “senza Salvini è chiaro che non si vince” ma spetta a lui “fare una proposta per il futuro del centrodestra” e alle altre forze della coalizione “moderarla e mitigarla”. Per Toti la strada da seguire sarebbe quella di una federazione che tenga conto anche delle energie e dell’autorevolezza dimostrata sul territorio dai presidenti di Regione. “Credo – sostiene – che il centrodestra possa cogliere lo spunto dal taglio dei parlamentari da un lato e dall’analisi dei risultati del voto dall’altro, per avviare finalmente un vero percorso di federazione e di allargamento, che superi le bandiere dei singoli partiti per aggregarsi in qualcosa di più organico, di più largo, di meno esclusivo e di più inclusivo”. askanews

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