Usa al Fondo monetario: faccia di più per ridurre gli squilibri commerciali

Usa al Fondo monetario: faccia di più per ridurre gli squilibri commerciali
Christine Lagarde
24 aprile 2018

Il Fondo monetario internazionale voleva usare i suoi lavori primaverili per “unire le nazioni” e allentare le tensioni commerciali riaccese dal braccio di ferro tra Usa e Cina. I cosiddetti Spring Meetings dell’istituto guidato da Christine Lagarde sono invece finiti come erano iniziati. Il mondo continua a temere una guerra commerciale dalla quale – è la tesi – non emergerebbe nessun vincitore, mentre gli Stati Uniti continuano a volere perseguire un commercio “libero, equo e reciproco”. Dunque, non resta che trattare. Rispetto a quello a cui ci ha abituato Donald Trump a colpi di tweet, il linguaggio del segretario americano al Tesoro Steven Mnuchin – il volto degli Usa di questi lavori primaverili dell’Fmi – è stato “meno dirompente”. Così lo ha definito il nostro ministro all’Economia, Pier Carlo Padoan, che nei suoi vari incontri nella capitale americana ha registrato una “grande preoccupazione” che i dazi annunciati o adottati dagli Usa portino a una guerra commerciale. Ma la posizione di Washington non è cambiata. Anzi. Gli Stati Uniti – che del Fondo e della Banca Mondiale sono il principale azionista – vogliono di più dal Fondo monetario di Christine Lagarde.

Mnuchin: “Garantire che il commercio sia libero, spingerà il commercio globale e sosterrà la crescita”

“In questo momento, gli squilibri commerciali sono circa un terzo più grandi rispetto ai livelli degli anni ’80 e ’90 e non ci sono segnali che si stiano assottigliando”, ha detto Mnuchin in un comunicato al comitato che governa l’Fmi. Il segretario non ha usato mezzi termini aggiungendo che “il Fondo deve fare di più sulla questione, fornendo una voce più forte e insistente nel far notare quando i Paesi membri ricorrono a politiche commerciali, macroeconomiche e valutarie che facilitano vantaggi competitivi o che portano a una crescita squilibrata”. Il chiaro riferimento è alla Cina, ma anche alla Germania, famosa per il suo avanzo commerciale e che Lagarde da sempre invita a spendere di più in infrastrutture. Sostenendo che una crescita forte in Usa e in Europa ha contribuito al rimbalzo dell’economia globale nel 2017, Mnuchin ha dichiarato che “garantire che il commercio sia libero, giusto e reciproco spingerà il commercio globale e sosterrà una crescita più forte e più sostenibile”. Secondo lui, per contribuire al raggiungimento di questi obiettivi, il Fondo che tanto ha criticato i dazi sull’acciaio e sull’alluminio voluti da Donald Trump e che ha invitato chi li subisce a evitare ritorsioni “dovrebbe avere una voce più forte affinché i suoi membri smantellino barriere commerciali e non commerciali e proteggano la proprietà intellettuale”, di cui gli Usa hanno accusato la Cina di furti.

Lagarde scommette su un “dialogo pacifico”

L’ultima volta che l’Fmi ha cercato di ridurre gli squilibri a cui ha fatto riferimento Mnuchin era il 2006. Allora lanciò “consultazioni multilaterali” in un tentativo fallito di riequilibrare i flussi commerciali nel mondo. Nella conferenza stampa conclusiva, Lagarde ha espresso il desiderio che il commercio continui a essere di sostegno alla crescita. Dagli Spring Meetings – durante i quali ha chiaramente detto che gli Usa dovrebbero ridurre il debito/Pil ed evitare politiche fiscali procicliche – lei porta a casa uno “slancio per dialogare”. Il Fondo, ha spiegato, “continuerà a fornire i dati e le informazioni che sono desiderabili”. Nel frattempo Lagarde scommette su un “dialogo pacifico”, condotto “in modo discreto, non necessariamente di fronte a tutti voi, non necessariamente con comunicati come vi aspettereste, non necessariamente con dichiarazioni alla stampa o fughe di notizie”. Citando Winston Churchill, ha concluso Lagarde, “better chat chat than war war”. Avanti con il dialogo, dunque. Per evitare una guerra commerciale. Perché come ha avvertito Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, “le restrizioni commerciali potrebbero causare shock avversi all’economia globale”, che di conseguenza rischierebbe una “contrazione della crescita”.

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