Il Senato sfida la Casa Bianca e mette ai voti il blocco dei poteri bellici. Trump: “Iran non ha più nulla”
I parlamentari voteranno a Capitol Hill per limitare l’autonomia del presidente degli Stati Uniti in Iran, nel timore che una strategia troppo confusa possa trascinare le truppe in un tunnel militare dai costi finanziari insostenibili.
Sullo sfondo il Senato degli Stati Uniti
Il conflitto in Iran si sposta dal terreno dei raid aerei a quello, più insidioso, della tenuta logistica e politica. Mentre Donald Trump rivendica la distruzione delle capacità belliche di Teheran per chiudere ogni spazio negoziale, la realtà sul campo descrive una guerra di logoramento dai costi potenzialmente insostenibili.
Tra le incursioni israeliane mirate alla successione della Guida Suprema e le incognite sulle scorte di munizioni degli alleati del Golfo, l’attenzione si sposta ora al Senato di Washington, dove la vaghezza degli obiettivi della Casa Bianca rischia di produrre una storica frattura parlamentare sui poteri di guerra.
La retorica della vittoria totale
Donald Trump ostenta una sicurezza adamantina. Secondo la Casa Bianca, le operazioni militari procedono secondo i piani: la marina e l’aviazione di Teheran sarebbero state neutralizzate, le rampe di lancio scarseggiano e la capacità di bombardamento statunitense appare illimitata. In questa cornice, il dialogo è considerato un’opzione superata.
Tuttavia, dietro l’ottimismo del Commander-in-Chief si cela un’incertezza strutturale sugli obiettivi strategici finali. Il Pentagono ignora, almeno pubblicamente, i rapporti sulla carenza di munizioni che iniziano a pesare non solo sulle forze americane, ma soprattutto sugli alleati del Golfo, esposti ai missili iraniani e dotati di difese aeree tutt’altro che infinite.
Strategia del logoramento e resilienza
Teheran punta su una guerra di durata. La strategia iraniana mira a rendere il conflitto economicamente e militarmente insostenibile per un avversario che opera in un teatro lontano e complesso. La Repubblica Islamica non è un obiettivo fragile: il Paese è vasto, popolato e il regime appare radicato in modo capillare.
La sopravvivenza del sistema teocratico non è legata alla sorte dei singoli leader, un dettaglio che complica i piani di chi scommette su un collasso immediato. La scommessa di Washington si scontra dunque con la realtà di un avversario che ha trasformato la propria sopravvivenza in una guerra di logoramento simmetrica.
Israele e l’obiettivo del regime
Gerusalemme gioca una partita parallela e più aggressiva. L’obiettivo dichiarato è il cambio di regime, unica via ritenuta valida per eliminare definitivamente la minaccia terroristica e militare.
Il recente bombardamento a Qom ne è la prova plastica: colpire l’edificio del Consiglio degli Esperti durante la riunione per la successione ad Ali Khamenei significa puntare al cuore della continuità del potere. Nonostante le smentite di Teheran sulle vittime, il segnale è arrivato: nessuna leadership, presente o futura, è intoccabile. Ma anche Israele deve fare i conti con l’orologio: una campagna lunga è un lusso che lo Stato ebraico non può permettersi.
Incognite economiche e voto parlamentare
Il rischio reale è il collasso dei mercati. Una chiusura dello Stretto di Hormuz o il bombardamento degli hub finanziari del Golfo trasformerebbe il conflitto in un suicidio economico globale. In questo clima di estrema volatilità, Donald Trump ha mostrato oscillazioni tattiche evidenti, passando dal sostegno al “regime change” alla negazione dello stesso, fino alla gestione diplomatica del ruolo di Israele. Questa ambiguità ha spinto il Senato a intervenire. Il voto di oggi sui poteri di guerra non è più una formalità: una parte dei Repubblicani potrebbe unirsi ai Democratici per arginare una strategia giudicata troppo vaga e pericolosa.
