Iraq, storico incontro Papa e Al-Sistani. Francesco: ha difeso deboli da violenza

6 marzo 2021

E’ durato 50 minuti l’incontro di Papa Francesco a Najaf, la città santa dell’islam sciita iracheno, con il grande ayatollah Sayyid Ali Al-Husayni Al-Sistani. Francesco ha lasciato l’abitazione del religioso 91enne attorno alle 8 (le ore 10 locali) diretto all’aeroporto da cui ha preso un aereo per Nassiriya e la piana di Ur, dove avrà un incontro interreligioso. Papa Francesco ha ringraziato il grande ayatollah , “perché, assieme alla comunità sciita, di fronte alla violenza e alle grandi difficoltà degli anni scorsi, ha levato la sua voce in difesa dei più deboli e perseguitati, affermando la sacralità della vita umana e l`importanza dell`unità del popolo iracheno”. “Durante la visita di cortesia, durata circa quarantacinque minuti”, ha riferito il portavoce vaticano, Matteo Bruni, “il Santo Padre ha sottolineato l`importanza della collaborazione e dell`amicizia fra le comunità religiose perché, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, si possa contribuire al bene dell`Iraq, della regione e dell`intera umanità”.

“L`incontro è stata l`occasione per il Papa di ringraziare il Grande Ayatollah Al-Sistani perché, assieme alla comunità sciita, di fronte alla violenza e alle grandi difficoltà degli anni scorsi, ha levato la sua voce in difesa dei più deboli e perseguitati, affermando la sacralità della vita umana e l`importanza dell`unità del popolo iracheno. Nel congedarsi dal Grande Ayatollah – conclude il Vaticano – il Santo Padre ha ribadito la sua preghiera a Dio, Creatore di tutti, per un futuro di pace e di fraternità per l`amata terra irachena, per il Medio Oriente e per il mondo intero”. Il grande ayatollah, dal canto suo, ha sottolineato l’importanza di assicurare una vita nella pace e nella sicurezza ai cristiani iracheni garantendo i loro diritti costituzionali. Durante l’incontro, il colloquio ha ruotato attorno alle grandi sfide che l’umanità deve affrontare in questa epoca, al ruolo della fede in Dio e all’impegno per gli alti valori morali nel superarle. Il grande ayatollah ha parlato dell’ingiustizia, dell’oppressione, della povertà, della persecuzione religiosa e intellettuale, della soppressione delle libertà fondamentali e dell’assenza di giustizia sociale, e in particolare delle guerre, degli atti di violenza, dell’ambargo economico e delle sofferenze dei molti popoli sfollati nella regione mediorientale e in particolare del popolo palestinese nei territori occupati da Israele.

Jorge Mario Bergoglio, giunto ieri in Iraq per una visita di quattro giorni, pernotta a Baghdad, da dove è partito questa mattina presto in aereo per recarsi nella città dove si trova la tomba del primo imam degli sciiti, nonché di una delle figure più riverite dell’islam tutto, Ali ibn Abi Talib, cugino e genero di Maometto e primo uomo ad essersi convertito all’islam. Najaf ospita anche la hawza, ovvero un seminario religioso sciita duodecimano, la scuola dello sciismo più importante al mondo insieme a Qom in Iran. L’incontro tra il papa e l’ayatollah è stato strettamente privato e nulla sarà lasciato al caso. Francesco, giunto a Najaf con un seguito minimale, si è recato in auto alla residenza privata di Al-Sistani. Come ha ricostruito l’Associated press, il grande ayatollah, 91 anni, riceve molto raramente degli ospiti, ha accettato di aprire straordinariamente le porte della sua abitazione al vescovo di Roma, 84 anni. Il Grande ayatollah, da parte sua, in segno di reverenza ha atteso il papa in piedi nella sua sala di ricevimento: i due hanno discusso alla presenza dei soli interpreti per 50 minuti sorseggiando the, Francesco seduto su un divano blu.

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Se nei mesi scorsi, quando l’incontro era ancora in via di elaborazione, si era ipotizzato, da parte cattolica, la firma di un documento congiunto sulla fratellanza umana, o addirittura la firma della stessa dichiarazione firmata ad Abu Dhabi il 4 febraio 2019 da Francesco insieme al grande imam ai al-Azhar, Ahmed al-Tayyib, esponente di spicco dell’islam sunnita, oggi non vi sarà, a quanto trapelato sinora, nulla di simile. Nei giorni scorsi canti e preghiere collettive dei fedeli musulmani di Najaf hanno preparato l’arrivo del papa, oltre a cartelloni che mostrano i due religiosi l’uno accanto all’altro. Durante la preghiera collettiva in moschea, un predicatore ha guidato nei giorni scorsi la folla di fedeli in una preghiera di benvenuto salmodiata: ‘Con fratellanza umana accogliamo questo nostro Wahef (termine arcaico per indicare il ‘servitore della Chiesa’, oggi inteso anche nel significato di ‘vicino’, ndr.). Nel papa dei cristiani vediamo il papa dei musulmani. Questo – ha proseguito il predicatore – è un evento sublime, una presa di posizione eterna: Francesco visita il nostro Seid (Signore, discendente di Maometto, ndr.) Ali, è con sommo onore che vi siamo a fianco. Un evento che non sarà ignorato dalle telecamere dei mass media. (Francesco) ci ha avvicinato con Fratellanza Umana. Accogliamo questo Wahef che oggi ha aperto il suo cuore verso la nostra Najaf. Discriminare l’umanità adira Al Sistani che non accetta che l’Islam sia distorto’. La folla ha ripetuto in coro: ‘Non accetta che l’Islam sia distorto’.

Come spiega lo studioso Vali Nasr nel suo saggio ‘The Shiah Revival’, gli ayatollah sono come i cardinali della Chiesa cattolica laddove lo sciismo non ha però un papa. Al-Sistani, di origini iraniane, è guardato con rispetto, ma anche qualche freddezza, dall’Iran, l’altro paese dove lo sciismo è maggioritario, dove dalla presa del potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni in poi, nel 1979, il clero ha inteso il proprio ruolo in modo fortemente politico. Al-Sistani, al contrario, defilato negli anni in cui era al potere Saddam Hussein e gli sciiti erano discriminati, è oggi una figura di enorme influenza politica oltre che spirituale, sebbene sempre un passo indietro rispetto alle dinamiche politiche. La sua chiamata alla resistenza contro l’Isis, all’epoca in cui il cosiddetto Stato islamico aveva occupato Mosul e un buon pezzo dell’Iraq, è stata però determinante nella costituzione delle milizie sciite. La sua condanna delle discriminazioni nei confronti delle minoranze è stata un viatico per la sopravvivenza della comunità cristiana irachena. Il papa, che aveva ereditato da Benedetto XVI rapporti a dir poco complicati con l’islam mondiale, ha ritessuto la tela del dialogo interreligioso. Ma sinora i suoi rapporti sono stati cordiali con l’islam sunnita, maggioritario nel mondo ma non in questo quadrante mediorientale: Francesco ha infatti viaggiato in Marocco, Turchia, Egitto, Bangladesh e Emirati Arabi Uniti. Quello attuale è il primo viaggio di un pontefice in Iraq e il primo in un paese a maggioranza sciita.

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‘La differenza tra sunniti e sciiti inizia con la lettura del senso della successione del profeta Maometto, e il punto centrale di questa differenza è questo: per gli sciiti la successione del profeta è un fatto difficilmente realizzabile attraverso una votazione’, ha spiegato ad askanews la teologa musulmana sciita Shahrzad Houshmand Zadeh: ‘I primi seguaci del profeta si sono radunati e hanno messo ai voti chi doveva succedergli. Per i sunniti questa votazione è valida, il primo califfo è Abu Bakr. Invece per gli sciiti la successione del profeta non può essere messa in votazione, ma è una successione spirituale: secondo la lettura sciita questa successione è avvenuta già dal momento in cui il profeta ha presentato Ali, cugino e genero, come successore: ‘Chi ama me dovrà amare Ali, chi non ama Ali non ama me, ha innalzato la mano di Ali chiamandolo successore dinanzi al popolo. A livello teologico e dogmatico i musulmani sunniti e sciiti condividono la maggior parte del credo: la figura del profeta sia per gli uni che per gli altri in tutto il mondo è sempre la stessa persona, nato alla Mecca da Abd Allah e Amina, e sciiti e sunniti condividono anche i titoli che gli vengono attribuiti, il messaggero, l’eletto del Signore. Condividono inoltre il Corano, libro sacro sia per gli uni che per gli altri, non c’è la minima differenza nemmeno di una parola o di una virgola. Anche nelle pratiche religiose, la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio alla Mecca, la testimonianza e lo zakat (elemosina legale, ndr.) sono tutti uguali per sciiti e sunniti.

E infatti chi si reca alla Mecca vede lì musulmani di tutte le tradizioni pregare insieme, vestiti di bianco, ripetendo le stesse formule. Ma mentre il credo religioso teologico per i sunniti si riassume in tre punti, monoteismo, profezia e risurrezione dei morti, gli sciiti aggiungono due punti: la giustizia di Dio la figura del Santo imam. Ossia insistono che Dio è giusto, non può fare ingiustizia, ama la giustizia ed è giusto. E poi, forse il punto più importante, gli sciiti credono nella figura del santo, ci sono mausolei del primo santo Ali che si trova a Najaf, la città dove il Papa si recherà. Questo punto spiega che la profezia è finita con la figura di Maometto ma la santità no, e continua attraverso la presenza dei santi. Il santo per il mondo sciita sono gli imam: se per il mondo sunnita imam è qualunque persona che guida la preghiera, per gli sciiti la parola imam si riferisce soprattutto ad Ali, ai suoi primi due figli e ai loro figli fino al 12esimo. Per gli sciiti iracheni e iraniani, l’ultimo imam è vivo ma non visibile a tutti, nel senso che la terra non può essere senza la presenza di un Santo: lui è vivo in carne ed ossa ma non è conosciuto da tutti: è conosciuto da pochi, ma la sua luce si versa su tutti E così in ogni momento della storia dell’uomo esiste non più il profeta – Gesù, Mamometto, Mosé – ma esiste il Santo, e convive insieme al popolo.

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Il Santo che diventa la luce e il mediatore tra il cielo e la terra, il cuore vivo di Dio: e in questo – sottolinea la teologa musulmana – c’è una grande somiglianza con il cattolicesimo: la lettura spirituale dell’islam sciita facilitata la comprensione della figura di Cristo come mediatore. Quel che magari è più difficile comprendere per il mondo sunnita, per il mondo sciita è più semplice perché la figura di Cristo come mediatore, volto di Dio, presenza di Dio, lo rivedono nella figura dei santi, a partire dal primo’. I punti di contatto con il cattolicesimo non finiscono affatto qui. Tra gli sciiti, a differenza che tra i sunniti, il lato rituale e devozionale è più sviluppato (analogamente, volendo fare un parallelo un po’ forzato, ai cattolici rispetto ai protestanti). ‘Ci sono processioni molto vive nel popolo sciita’, ha spiegato Shahrzad Houshmand. ‘Ad esempio è rilevante la figura del martire Hossein, che viene chiamato il sangue di Dio: è il figlio di Ali, il nipote amatissimo dal profeta Maometto, ed è considerato colui che offre la sua vita, il suo sangue per il bene del popolo e diventa il martire per eccellenza, dicendo: ‘Il sangue vince la spada. In questa figura c’è una grande comparazione con la figura di Gesù Cristo. Hossein è martire, viene ucciso a Karbala, dove è sepolto, insieme a tutti i suoi cari, 72 tra figli e cugini, e questa uccisione crea un’onda di compassione continua nel popolo sciita: ogni anno nel giorno di Ashura ci sono processioni di milioni e milioni di persone che ancora oggi letteralmente e fisicamente ricordano e piangono quel martirio. Sono processioni maestose, che comportano una devozione rituale e sentimentale profondissima’. askanews

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