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Lettura: Oculus, il film horror di Mike Flanagan
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Cultura e Spettacolo

Oculus, il film horror di Mike Flanagan

Ultimo aggiornamento: 11 Aprile 2014 16:11
Redazione
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Chi vediamo, cosa vediamo, quando guardiamo in uno specchio? Vediamo noi stessi, i nostri fantasmi? L’ombra di quello che eravamo, dei nostri desideri, delle nostre paure, dei nostri ricordi? Forse vediamo quello che vorremmo vedere, o forse non possiamo vedere altro che noi stessi, l’inevitabile in noi e nel mondo che ci circonda. Forse, in uno specchio, vediamo entrambe le cose, incapaci di distinguerle, separarle.  Di sicuro è così per i due fratelli protagonisti di Oculus, impegnati nel disperato tentativo di distruggere lo specchio stregato che ha causato la morte violenta dei loro genitori undici anni prima, e che li ha costretti a vivere da orfana l’una e da paziente di un manicomio criminale l’altro, accusato dalla polizia delle efferatezze avvenute. Dello specchio o dell’entità malvagia che lo alberga.

Perché, dal primo all’ultimo dei suoi 105 minuti di durata, il film di Mike Flanagan viaggia alternando senza soluzione di continuità presente e passato, reale e irreale, azione e immaginazione, fondendoli progressivamente in unità di tempo, spazio e azione coerenti con il film e il suo racconto.  Per ottenere questo risultato, questo amalgama aristotelico, Flanagan fa viaggiare la macchina da presa in souplesse, con studiata lentezza e precise geometrie, mentre Kaylie e Tim vibrano internamente e affrontano i loro demoni e quelli dello specchio: l’oggetto immoto e silenzioso osserva e (li) riflette, presenza ansiogena e inquietante che genera mostri (anche veri) capaci di far rabbrividire senza gore o abuso di gimmicks. Diverstamente da quanto vorrebbe il canone imperante, in Oculus l’atmosfera è minimale e morbosa al tempo stesso, il film lineare eppure gommoso e permeabile, pronto a nascondere orrori più subdoli e concreti di quelli palpabilmente fantasmatici.

Oculus è angosciante nella sua messa in scena dell’impossibilità di uscire dal circolo del sangue (inteso in senso familiare tanto quanto omicida), da quella casa che è la casa del nostro io, poggiata su fondamenta a volte malate e che non è possibile pensare di eliminare. Perché tutto quel che resta da fare è farci i conti, nel bene come nel male. Kaylie e Tim si affannano nel disperato e inutile tentativo di spezzare una catena, una maledizione, uno specchio che è quello che riflette quello che sono e che vorrebbero essere, ma da quella casa, da quello specchio (e quindi da loro stessi) non possono allontanarsi se non in maniere troppo estreme, e a costi troppo elevati. E in qualche modo, dal film di Flanagan e dai suoi fantasmi ci allontaniamo con difficoltà anche noi spettatori. (Coming soon)

TAGGATO:filmgenitorimacchinapazientepolizia
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