“Obbedisco”, Santanchè lascia il governo: la resa con onore (ferito) di una ministra corazzata
Daniela Santanchè
Alle 18.11, una nota del ministero del Turismo ha chiuso formalmente la partita. Daniela Santanchè lascia il governo. Non per scelta, ma per ordine. E la lettera con cui lo comunica — indirizzata a “cara Giorgia” con un tono che oscilla tra la deferenza formale e il risentimento appena celato — è il documento politico più rivelatore di questa intera vicenda. Non un atto di responsabilità istituzionale, ma una resa negoziata, con tanto di clausole esplicite sulle condizioni della capitolazione.
Una ministra sotto assedio da mesi
La storia giudiziaria di Santanchè non è un fulmine a ciel sereno. È un accumulo progressivo di procedimenti che avrebbero logorato chiunque in un sistema politico. Il fronte è articolato e si sviluppa su tre binari paralleli davanti al Tribunale di Milano.
Il primo: un processo per falso in bilancio legato al gruppo editoriale e di entertainment Visibilia, con sedici imputati tra manager e sindaci delle aziende, prossima udienza il 14 aprile. Il secondo: un’udienza preliminare per truffa aggravata all’Inps — il caso della cassa integrazione Covid — che coinvolge anche il compagno Dimitri Kunz, e che è congelata da settembre in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sull’utilizzabilità di prove registrate da ex dipendenti. Il terzo: le indagini per bancarotta sul gruppo bio-food Bioera-Ki Group, che potrebbero concludersi entro l’estate. Sullo sfondo, la compravendita di una villa a Forte dei Marmi con una plusvalenza di circa un milione di euro.
Tre fronti aperti, scadenze processuali che si avvicinano, e un governo che per mesi ha scelto la strada della resistenza. Non per convinzione garantista — almeno non solo — ma per calcolo politico: rimuovere Santanchè avrebbe significato ammettere un errore di valutazione iniziale e indebolire la narrazione di un esecutivo solido e compatto. Un prezzo che Meloni ha preferito non pagare, fino a quando il conto è diventato insostenibile.
Dodici ore di nebbia e un finale scritto da altri
La cronaca di oggi racconta una giornata surreale, con il palazzo che girava a vuoto in attesa di un annuncio che sembrava imminente e non arrivava mai. Santanchè era arrivata al mattino al Ministero, aveva tenuto una serie di riunioni, poi era sparita dalla circolazione intorno alle 15. Una “zona d’ombra” — come l’hanno definita i cronisti parlamentari — che ha alimentato ogni tipo di ricostruzione: si dimette oggi, no vuole resistere, forse aspetta il pomeriggio, forse la sera.
Nel Transatlantico di Montecitorio — straordinariamente affollato per il Question Time con Nordio, Piantedosi e Tajani — i capannelli si moltiplicavano. Ma da Fratelli d’Italia trapelava una sicurezza quasi ostentata. “Le dimissioni sono scontate”, dichiarava con nonchalance Giovanni Donzelli. Un segnale inequivocabile: il partito aveva già voltato pagina. Stava solo aspettando che la diretta interessata si adeguasse ai tempi del copione già scritto.
Nel frattempo, l’opposizione muoveva le proprie pedine con una sincronia inusuale. Tutte le forze di centrosinistra e Movimento 5 Stelle avevano depositato in parallelo — prima alla Camera, poi al Senato — la quarta mozione di sfiducia nei confronti della ministra. In Conferenza dei capigruppo a Montecitorio avevano ottenuto, senza trovare resistenza dalla maggioranza, una calendarizzazione accelerata: discussione da lunedì, voto mercoledì. Un’agenda che trasformava la permanenza al governo in un problema politico immediato, non più dilazionabile.
“Abbiamo facilitato il lavoro della premier”, ironizzava la dem Chiara Braga. “Proviamo a fare quello che Meloni non riesce a fare, convincere la sua ministra a dimettersi”, rincarava Riccardo Ricciardi del M5S. Toni trionfalistici ma non del tutto ingiustificati: la pressione parlamentare ha oggettivamente accelerato i tempi. Il passaggio in Aula, con Meloni che aveva già pubblicamente chiesto il passo indietro, sarebbe stato uno spettacolo imbarazzante. “Credo che non sarà necessario”, auspicava nel pomeriggio il ministro Luca Ciriani. Alla fine, così è stato.
Chi vince, chi perde, chi recita
Giorgia Meloni esce da questa vicenda con un bilancio in chiaroscuro. Ha ottenuto quello che voleva — la testa di Santanchè — ma con un ritardo che ha avuto un costo politico preciso. Mesi di copertura a una ministra sotto indagine, tre mozioni di sfiducia respinte o ignorate, un garantismo applicato con criteri che l’opposizione non ha mancato di definire selettivi. La telefonata di lunedì sera — descritta come “accesa”, quasi uno scontro — rivela che anche all’interno del centrodestra la fedeltà ha dei limiti quando le elezioni si avvicinano e i sondaggi parlano chiaro.
C’è però un’altra lettura possibile, più benevola per la premier: Meloni ha gestito la crisi senza fratture interne clamorose, ha evitato lo schianto parlamentare e ha dimostrato di saper imporre la propria volontà anche alle figure più corazzate del suo entourage. Una prova di forza, paradossalmente, travestita da ammissione di debolezza.
Santanchè non cede, non si arrende: obbedisce. La scelta lessicale nella lettera non è casuale né innocente. “Non ho difficoltà a dire ‘obbedisco’” è la frase di chi vuole che resti agli atti — nero su bianco, per i libri di storia e per i giornali del giorno dopo — che si è trattato di una resa forzata, non di una decisione autonoma e responsabile. È una ministra che esce dal governo con le bandiere spiegate, rivendicando il “certificato penale immacolato” e l’assenza di rinvii a giudizio come scudi dell’onorabilità personale. Tecnicamente vero. Politicamente insufficiente, in un paese dove la soglia del danno reputazionale è — selettivamente e ipocritamente — molto più bassa per chi non è considerato amico.
La sua battaglia per separare le proprie dimissioni dalla sconfitta referendaria e dall’uscita contemporanea di Delmastro rivela una consapevolezza politica acuta: non voleva essere il capro espiatorio di una giornata nera per il centrodestra. Ha ottenuto la separazione formale dei casi, ma nella narrazione collettiva il timing parla da solo. Tre uscite nello stesso giorno non si possono de-contestualizzare per decreto.
Ignazio La Russa, presidente del Senato e storico sponsor di Santanchè all’interno di FdI, è il grande assente della giornata. La sua posizione è delicata: la ministra era considerata nell’orbita della sua corrente interna, e la sua caduta — per quanto gestita con eleganza formale — ridisegna leggermente gli equilibri dentro il partito. Non abbastanza da aprire una crisi, ma quanto basta per segnare un punto nella partita sotterranea che in ogni partito di governo si gioca sempre, anche quando nessuno ne parla apertamente.
Fratelli d’Italia nel suo complesso mostra i muscoli della disciplina: nessuna voce fuori dal coro, nessuna difesa pubblica dell’uscente, tutti allineati dietro la decisione della leader. Un segnale di maturità governativa o di conformismo politico, a seconda della prospettiva. Di certo, un partito che sa come assorbire le turbolenze senza lacerarsi visibilmente.
Cosa rivela davvero questa crisi
Il caso Santanchè illumina una tensione strutturale che percorre il governo Meloni come una crepa sottile ma persistente: la coesistenza sempre più difficile tra fedeltà personale e pragmatismo istituzionale. Santanchè non era solo una ministra: era una compagna di strada, una presenza storica nel percorso politico della premier, una figura legata da rapporti personali profondi a pezzi importanti del partito. Tenerla a lungo ha avuto un costo reputazionale. Mandarla via lo ha ridotto, ma non azzerato — e ha aperto la questione di quante altre situazioni simili potrebbero presentarsi nel corso della legislatura.
Poi c’è la questione del referendum: Santanchè lo cita esplicitamente, chiedendo che le proprie dimissioni non vengano lette come conseguenza di una consultazione che il centrodestra ha perso. Una richiesta comprensibile sul piano personale, ma che segnala quanto il campo politico sia sensibile, in questo momento, alla narrativa della “crisi sistemica” del governo. Se anche i protagonisti interni cominciano a difendersi preventivamente dall’interpretazione sconfitta-su-sconfitta, significa che quella narrativa ha già attecchito.
Non è finita qui
Le dimissioni chiudono un capitolo istituzionale, ma non quello giudiziario. I processi continuano, indipendenti dalla sorte ministeriale della protagonista. L’udienza Visibilia è fissata per il 14 aprile. La questione sulla truffa all’Inps rimane sospesa in attesa della Corte Costituzionale, che dovrà pronunciarsi su un nodo di diritto processuale non banale: le comunicazioni acquisite dalla Procura di Milano sono “documenti” liberamente utilizzabili, o “corrispondenza” equiparabile a intercettazioni e quindi inutilizzabile senza autorizzazione parlamentare? Il verdetto potrebbe ribaltare l’intero impianto accusatorio — o consolidarlo. Una variabile enorme, con implicazioni che vanno ben oltre il singolo caso.
Santanchè esce dal governo ma rimane senatrice, rimane nel partito, rimane nell’orbita di un centrodestra che dovrà decidere come gestire la sua presenza pubblica quando i processi entreranno nel vivo delle fasi dibattimentali. Ogni udienza sarà una notizia, ogni rinvio una polemica, ogni testimonianza un titolo. Il governo si è liberato del problema istituzionale immediato, non di quello politico a lungo termine.
Sul versante esecutivo, Meloni dovrà scegliere il successore al Turismo — un dicastero che l’esecutivo aveva sempre presentato come strategico, cuore della narrazione sull’economia italiana e sul made in Italy. La scelta del nome dirà molto: un tecnico di garanzia, un politico di peso, un segnale di continuità o di discontinuità? Staremo a vedere.
