Italicum, niente preferenze. Il Pd si spacca su primarie obbligatorie

11 marzo 2014

Bocciato l’emendamento La Russa che mirava a introdurre la possibilità di scelta del candidato con con 299 voti contrari a 264 favorevoli: 57 franchi tiratori nella maggioranza

Liste bloccate e collegi plurinominali. Tutto secondo quanto stabilito nel patto del Nazareno. Niente preferenze, né primarie obbligatorie. Nonostante il pressing delle scorse settimane del Nuovo Centrodestra, Fratelli d’Italia e minoranz Pd, l’emendamento che mirava all’introduzione della possibilità di scelta nominale del candidato da parte dell’elettorato, non è stato approvato. L’emendamento, a prima firma La Russa (Fdi), era stato precedentemente accantonato. Governo e commissione hanno dato parere contrario. Già nella seduta notturna di giovedì scorso, l’Assemblea di Montecitorio aveva bocciato alcuni emendamenti sulle preferenze. Il voto di oggi conferma la tenuta del patto politico tra Renzi e Berlusconi, che non le prevede.

Le preferenze non sono passate per per 35 voti di scarto. Rispetto alla precedente votazione sull’emendamento, i voti mancanti alla maggioranza politica che sostiene la riforma elettorale sono aumenti di 6 unità: prima sono stati 101 i voti mancanti all’appello, nell’ultimo voto sulle preferenze sono saliti a 117. Il calcolo, seppur bisogna considerare le assenze e il voto segreto, si ottiene considerando la maggioranza minima (Pd, FI, Ncd e Sc) che sostiene l’Italicum. D’latronde l’introduzine delle preferenze era stata caldeggiata proprio da componenti stesse della maggioranza a sostegno dell’Italicum. Da Ncd in primo luogo. Tant’è che il vicecapogruppo alla Camera, Dorina Bianchi, ha dichiarato: “Siamo consapevoli che dobbiamo rispondere alle domande dei cittadini e quella che sentiamo più forte è sulle preferenze”. Ma anche da buona parte dei democratici. Il primo tra loro a rompere il velo è stato Francesco Boccia, che prima del voto ha annunciato di sottoscrivere l’emendamento La Russa e anche quello Gitti che prevede le preferenze di genere. Non votare le preferenze, ha detto l’esponente Pd, “è una scelta ipocrita”.

Daniele Capezzone, presidente della Commissione Finanze della Camera, Forza Italia, commenta così il voto: “È molto positivo che sia stato bocciato un ipotetico ritorno delle preferenze, che hanno rappresentato per tanti versi un cattivo lascito della Prima Repubblica, almeno per quattro motivi. Primo: le preferenze sono state fonte di esplosione dei costi della politica, e spesso anche di malaffare, nella Prima Repubblica. Secondo: le preferenze sono tuttora un fattore di raccolta a dir poco opaca di fondi e consenso in tanta parte d’Italia a livello regionale e amministrativo. Terzo: le preferenze sono state abolite pressoché ovunque in Europa e nei maggiori Paesi occidentali (Grecia a parte), e un motivo dovrà pur esserci. Quarto: con le preferenze, non è l’elettore a scegliere l’eletto, ma, più spesso, è il candidato a scegliere e a acquisir l’elettore, attraverso campagne costose e clientelari”.

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L’aula della Camera ha respinto anche l’emendamento di Marco Meloni (Pd) che prevedeva le primarie obbligatorie “da svolgere almeno due mesi prima della data di scadenza del termine per la presentazione delle candidature per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”. Molti deputati del Pd, tra cui Stefano Fassina, avevano dichiarato voto favorevole contrariamente a quanto dettato dal partito. Commissione e governo avevano dato parere contrario. (Il Tempo)

 

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