Salvini non si pente: rifarei tutto. Ma la sua strategia finisce sotto processo

Salvini non si pente: rifarei tutto. Ma la sua strategia finisce sotto processo
Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini
28 gennaio 2020

Non si pente di niente, Matteo Salvini. Nemmeno di quella scena del citofono che ha fatto saltare sulle sedie persino i garantisti più blandi. “Rifarei tutto”. La sconfitta in Emilia Romagna brucia, nonostante l’oltre 30% dei consensi presi. Anche perché dopo aver trasformato l’appuntamento in un referendum su se stesso, si fa fatica a non prendersene sulle spalle tutta la responsabilità. La reazione sta tutta nella promessa di tuffarsi a capofitto nella sua specialità: la campagna elettorale. Perché presto si voterà in Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Puglia e Campania. “Fin qui ci sono state 9 elezioni regionali, ne abbiamo vinte 8 su 9, poteva andare peggio. Io sono un perfezionista e avrei preferito fare 9 su 9, ma ce ne sono sei in primavera e siamo già al lavoro per le squadre”. Ma la sconfitta fa soprattutto finire sotto processo la sua gestione da “uomo solo al comando”. Persino nelle fila dei leghisti – che pubblicamente non si azzardano mai a criticare il segretario che li ha portati a percentuali che nessuno avrebbe mai osato sperare – ora si suggerisce che forse sarebbe servito un atteggiamento più moderato. Il secondo errore strategico, dopo la pazza crisi della scorsa estate.

Anche dai vertici di Forza Italia e di Fdi si sottolinea come l’imposizione di Lucia Borgonzoni come candidata – voluta da Salvini a tutti i costi – sia stata sbagliata. Ma tra gli alleati di centrodestra c’è anche chi è più esplicito. Come l’ala di Forza Italia che fa riferimento a Mara Carfagna: la vice presidente della Camera sottolinea il fallimento della “strategia della spallata” e invita a “riorganizzare l’area moderata” al più presto. Il partito di Silvio Berlusconi in questa tornata ha avuto un esito bipolare: un vero e proprio tracollo in Emilia Romagna – dove si è attestata intorno al 2,5% riuscendo a eleggere il solo Vittorio Sgarbi – un’importante boccata d’ossigeno in Calabria, dove – non solo l’azzurra Santelli ha stravinto – ma sommando le liste che facevano riferimento a lei a quella di Forza Italia si ottengono percentuali che ormai il partito racimola in poche altre occasioni. Silvio Berlusconi si vanta di aver dimostrato di essere ancora fondamentale, soprattutto al Sud. I nostri candidati sono quelli che vincono, adesso – è il ragionamento – nessuno si metta di traverso sulla scelta di Stefano Caldoro per la Campania.

Così come Giorgia Meloni adesso di aspetta che le perplessità leghiste sulla candidatura di Raffele Fitto in Puglia vengano ritirate. La leader sovranista può dirsi soddisfatta dell’esito di queste Regionali, visto che il suo partito cresce in entrambe le aree in cui si è votato. “Fratelli d’Italia è l’unico vincitore di queste elezioni, sia in Calabria che in Emilia. Siamo l’unico partito che cresce in entrambe le regioni”. Nonostante ciò promette: “Non utilizzerò il risultato delle regionali per spaccare la coalizione del centrodestra”. Su un punto tutti e tre leader sembrano essere sulla stessa lunghezza d’onda: il governo non si è rafforzato. Silvio Berlusconi ha invocato le urne e lo stesso ha fatto Giorgia Meloni. “Sta al presente Mattarella valutare se questo Parlamento e il governo che rappresenta – ha affermato – è capace di esprimere il sentimento nazionale o se sarebbe meglio sciogliere il Parlamento e andare a libere elezioni. Se così non sarà saremo pronti a fare opposizione seria e costruttiva nell’interesse degli italiani”. Non parla di elezioni, invece, Matteo Salvini, che continua a portare avanti una personalissima sfida contro il premier, Giuseppe Conte. “Il Governo probabilmente – ha sostenuto – è più in bilico oggi rispetto a ieri”. askanews

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